Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

Un libro che rivela storicamente come l'Italia sia stata realmente costituita condizionandone il futuro

Giovanni Fasanella, Antonella Grippo: Italia Oscura

Fonte: http://www.difesaonline.it/evidenza/recensioni/giovanni-fasanella-antonella-grippo-italia-oscura 

Giovanni Fasanella, Antonella Grippo
Ed. Sperling & Kupfer
pagg. 491
Gli autori, giornalista lui, docente di Italiano e Storia lei, partono in questa loro ricerca dal 1861, anno della morte di Cavour, per arrivare al 1921 con la strage del teatro Diana di Milano che “aprì la strada alla stabilizzazione dell’Italia sotto il pugno di ferro fascista”.
È una storia, quella narrata in questo saggio, che non si legge nei libri di scuola, “dove sono fiorite leggende che sono belle, ma non sempre vere”.
Il primo protagonista di questo saggio è Cavour, che iniziò la propria carriera politica come ministro dell’agricoltura grazie a Massimo D’Azeglio, primo ministro del Regno di Sardegna dal 1849 al 1852. Lo chiamò - vincendo le resistenze del re a cui quel giovane furbo e arrogante non piaceva - nel 1850 per poi essere liquidato e sostituito nel 1852 dallo stesso Cavour.
Deciso a destabilizzare l’ordine stabilito nel Congresso di Vienna, il cui status quo era rappresentato da Austria e Russia, Cavour si avvicinò a Francia ed Inghilterra - che premevano per un nuovo equilibrio - con l’alleanza in occasione della guerra di Crimea del 1855. Per avere il controllo sul Mediterraneo, soprattutto dopo l’apertura del canale di Suez, bisognava puntare alla Sicilia. E così, Cavour, venuto a sapere che “un noto condottiero, Giuseppe Garibaldi, aveva comprato una nave inglese per tentare un colpo di mano in Sicilia con l’appoggio di lord Palmerston” (primo ministro inglese), entrò in contatto con lui, massone ed antipapista, con il programma di far cadere il regno borbonico, senza però fermarsi a Napoli, “ma arrivare a Roma per cancellare dalla carta geografica lo Stato Pontificio, il nemico assoluto, simbolo di una lotta secolare. L’Inghilterra promosse quindi il progetto di uno Stato unitario italiano anche in opposizione alla Francia.”
Il 5 maggio 1860 i Mille (1067 per la precisione) presero il largo da Genova con le navi (di proprietà della società Rubattino) Lombardo, al comando di Bixio, e Piemonte, al comando di Garibaldi e Salvatore Castiglia. L’11 maggio, con la protezione d i due navi inglesi, l’Argus e l’Intrepid, avvenne lo sbarco a Marsala. L’oro massonico e cavouriano fu impiegato per la corruzione di ufficiali e dignitari borbonici. Fu lo stesso Massimo D’Azeglio a ridimensionare il mito di Garibaldi scrivendo: "Nessuno più di me stima ed apprezza il carattere e certe qualità di Garibaldi; ma quando s’è vinta un’armata di 60.000 uomini, conquistato un regno di sei milioni, con la perdita d’otto uomini, si dovrebbe pensare che c’è sotto qualcosa di non ordinario, che non si trova dappertutto non credersi per questo d’essere padrone del globo."
A Calatafimi, il 18 maggio 1860, il generale Landi ordinò la ritirata “proprio nel momento in cui borbonici […] risultavano preponderanti, tanto da riuscire a strappare perfino la bandiera ai garibaldini.” Il prezzo pattuito fu di 14.000 ducati d’oro. Ma Landi non fu il solo ufficiale borbonico a tradire Francesco II. “Napoli sembrava una nave da cui tutti i topi cercavano di scappare.” Cavour nel frattempo, mentre i garibaldini risalivano la penisola, si preparava all’invasione dello Stato Pontificio.
La “piemontesizzazione” delle Due Sicilie avvenne il 21 ottobre 1860 tramite votazioni, la cui regolarità è messa in discussione dalle cronache del tempo. Il 26 ottobre, a Vairano (e non a Teano) “il re ricevette in consegna i poteri sui nuovi territori e contemporaneamente pensò bene di ringraziare Garibaldi sciogliendo le forze di volontari ormai divenute pericolose e inutili.”
Con il cambio della guardia fu messa sotto accusa la spregiudicata gestione finanziaria della spedizione dei Mille. Così fu chiesto “al viceintendente generale delle finanze garibaldine in Sicilia, lo scrittore Ippolito Nievo, di tornare a Palermo per recuperare la documentazione delle spese sostenute e portarle a Torino.” Il 4 marzo 1861 Ippolito Nievo, dopo aver raccolto le carte necessarie, salpò da Palermo a bordo del Piroscafo Ercole che, dopo un giorno di navigazione, naufragò a largo di Capri. Morirono 68 persone.”Qualche giorno dopo il sospetto naufragio, il 17 marzo 1861, nacque il Regno d’Italia. E scese l’oblio su quella strage tanto dubbia. Una strage che inaugurò la storia segreta dell’Italia unita in nome di Vittorio Emanuele II.
”Il 6 giugno successivo morì Cavour. Con la sua uscita di scena, con Garibaldi esiliato a Caprera, e con il naufragio dell’Ercole, erano usciti di scena quasi tutti i protagonisti dell’unità d’Italia. Rimaneva solo Vittorio Emanuele II il quale sosteneva che “gli italiani non sono pronti per un governo parlamentare. Mi toccherà governarli con le baionette e le bustarelle.”
L’ex regno borbonico divenne una polveriera. “Il governo di Torino sembrava del tutto impotente dal punto di vista politico. L’unica risposta fu quella militare.” Non fu tollerata nessuna forma di rivolta o di protesta. “Le punizioni furono esemplari. La sorte più atroce toccò a due paesi del Matese: Pontelandolfo e Casalduni.”. La violenza della repressione e la voglia di vendetta inasprirono ulteriormente il clima di resistenza facendo crescere il numero di briganti. E così, per la lotta al brigantaggio, furono concentrati pieni poteri nelle mani dei generali Enrico Cialdini e Alfonso La Marmora.
Il 24 agosto 1862, nel Mezzogiorno, venne proclamato lo stato d’assedio.
Gianlorenzo Capano

L'ennesimo progetto di un'isola artificiale per realizzare sogni utopistici libertari pare stia per essere avviato nella Polinesia Francese



Da alcuni decenni si legge occasionalmente di progetti di isole artificiali, ma gli unici che sono stati portati a compimento finora riguardavano infrastrutture realizzate in territori appartenenti a nazioni in cui non c'era più spazio al suolo per ampliare servizi portuali, aeroportuali e residenziali, in zone generalmente al elevato valore aggiunto oppure al largo ma per motivi strategici militari. Al contrario tutti gli altri progetti sono falliti (spesso neppure implementati), progetti che riguardavano più che altro i sogni dei vari movimenti libertari sparsi nel mondo, motivati dalla volontà di realizzare un luogo sottratto alle varie sovranità, autorità (soprattutto autoritarismo), abusi fiscali, monopolio della forza, leggi liberticide, ecc., Da quanto si evince dall'esaustivo articolo sottostante, un progetto analogo ma assai più complesso, parrebbe in procinto di essere realizzato, anche se la motivazione primaria non è tanto libertaria quanto scientifico tecnologica ed utopica, forse anche con margini speculativi. Il riferimento all'opportunità di ospitare gli sfollati dagli atolli, a causa del cambiamenti climatici e conseguente innalzamento dei mari, dal mio punto di vista è puramente fittizio, un alibi. Personalmente dubito che questo progetto vada in porto, anche perché mi pare che non ci sia una motivazione di base e soprattutto una prospettiva socioculturale condivisa dai progettisti e finanziatori ed ancor meno da parte delle autorità locali che dovrebbero autorizzarli ad insediarsi. Già il fatto che abbiano rinunciato a collocare l'isola artificiale nelle acque internazionali (per i costi eccessivi) ma abbiano scelto la Polinesia Francese, significa che si dovranno accontentare di essere riconosciuti solo come "territorio a economia speciale", cioè una specie di "zona franca", che fornirà privilegi fiscali ed autonomistici, ma non certamente di totale libertà politica e giuridica. Una limitazione non da poco per chi cova sogni libertari. Pertanto non mi farei troppe illusioni, per non parlare poi di quali saranno i costi di un eventuale insediamento su quell'isola artificiale, quasi certamente sarà accessibile solo ad una élite benestante che potrà permetterselo. Claudio Martinotti Doria









Le isole artificiali tra scienza e utopie


La vista è incomparabile. A destra, ripide montagne vulcaniche coperte di verde si ergono da un palmeto di noci di cocco sulla spiaggia. A sinistra, l'oceano Pacifico brilla di un colore turchese sotto il sole di mezzogiorno.

È qui, in questa laguna tahitiana, che un gruppo di imprenditori intende costruire un'isola artificiale: tre quarti di ettaro di spazio galleggiante destinato ad alloggi e ricerca, composto da piattaforme collegate tra loro.

Se il gruppo avrà successo, il progetto potrebbe diventare realtà entro il 2020. Ma sarebbe solo il primo passo, dice Joe Quirk, che si autodefinisce "seavengelist, evangelista del mare". L'obiettivo finale è costruire in mare aperto intere nazioni sovrane fatte di unità galleggianti modulari.

"La Polinesia Francese ha tutto ciò che serve: lagune, atolli, acque poco profonde proprio accanto ad acque più profonde", dice Quirk.





Le isole artificiali tra scienza e utopie
Rappresentazione artistica isola artificiale (Credit: Blue Frontier)
Quirk, uno dei cinque amministratori delegati della società che sta dietro il progetto, ritiene che le isole artificiali possano servire come laboratori per sperimentare nuove tecnologie ed esplorare strutture sociali, oppure servire da zattere di salvataggio per le popolazioni costiere evacuate a causa dell'innalzamento del livello del mare.

L'associazione no profit Seasteading Institute è stata fondata nel 2008 dall'ex ingegnere di Google Patri Friedman e ha ottenuto il sostegno di persone influenti degli ambienti legati alla Silicon Valley, alla politica libertaria e al festival Burning Man che si tiene nel deserto del Nevada.

Tuttavia, la maggior parte degli articoli pubblicati sui media ha espresso scetticismo. Il progetto è stato definito il sogno di “due ragazzi con un blog e una passione per la scrittrice Ayn Rand" e “un approccio al governo da hacker con idee alla Waterworld del 'Destino manifesto'” (la dottrina secondo cui gli Stati Uniti hanno la missione di espandersi).

Eppure nel corso dell'ultimo anno il Seasteading Institute e il nuovo spin-off a scopo di profitto Blue Frontiers hanno ottenuto alcuni successi nel mondo reale. A gennaio hanno firmato un protocollo d'intesa con il governo della Polinesia Francese che pone le basi per la costruzione del loro prototipo. E a maggio, a Tahiti hanno tratto nuovo slancio da una conferenza delle parti interessate a cui hanno partecipato centinaia di persone.

Il focus del progetto si è spostato dalla costruzione di un'oasi libertaria a un luogo per ospitare esperimenti sugli stili di governo ed esibire una miscela di tecnologie sostenibili destinate, tra l'altro, alla desalinizzazione, all'energia rinnovabile e alla produzione alimentare. Lo spostamento ha conferito maggiore serietà all'impresa e alcuni ecologisti hanno mostrato interesse per i laboratori galleggianti permanenti.

Ma il progetto deve ancora affrontare alcune sfide formidabili. Deve convincere i cittadini della Polinesia Francese che trarranno benefici da queste isole sintetiche; deve raccogliere abbastanza soldi per realizzare il prototipo che, secondo le stime, costerebbe fino a 60 milioni di dollari; e dopo averlo costruito, il gruppo deve convincere il mondo che le isole artificiali galleggianti non sono solo una trovata pubblicitaria. La produzione di scienza di valore e di tecnologie di grande utilità potrebbero fare molto per arrivare a questo obiettivo.

"Il nostro sogno è che questa struttura possa diventare un laboratorio scientifico", sottolinea Winiki Sage, capo del Consiglio economico, sociale e culturale della Polinesia Francese a Tahiti, che si preoccupa per la fuga di cervelli dal suo paese.

Fascino estetico
I prototipi di isola sono in fase di progettazione e il loro aspetto è una parte fondamentale della strategia di pubbliche relazioni di Blue Frontiers. I progetti attuali della società non sono perfettamente in linea con le rappresentazioni artistiche presentate sul sito del Seasteading Institute, che spaziano dal bar sulla spiaggia a svariate versioni di Tomorrowland. Bart Roeffen, "pioniere dell'acqua" della società olandese di design Blue21, sta elaborando nuovi progetti che si adattano al paesaggio e alla cultura del luogo.

"Stiamo lavorando insieme ai progettisti tahitiani per realizzare una cosa che non assomigli a un'invasione aliena", dice Roeffen. In particolare, vuole ispirarsi alla tradizione polinesiana di costruzione delle imbarcazioni.

Le eleganti canoe a bilancere, o va'a, utilizzate dagli isolani, sono stabili e leggere; le versioni oceaniche sono simili alle imbarcazioni con cui gli antichi tahitiani scoprirono le Hawaii e Nuova Zelanda attorno all'anno 1100. Le piattaforme collegate sarebbero disposte in modo da assicurare che in acqua nessun corallo sia messo completamente in ombra e muoia. L'obiettivo, anzi, è di espandere l'habitat delle specie che vivono tra le scogliere (Si veda l'infografica di "Nature").




Le isole artificiali tra scienza e utopie
Le acque poco profonde della Polinesa Francese, nell'oceano Pacifico, hanno i requisiti giusti per un prototipo di colonia marina (Credit: Pistolesi Andrea)
Il gruppo non intende fornire informazioni dirette sui finanziamenti. Peter Thiel, cofondatore di Paypal ed ex seguace di Donald Trump, avrebbe garantito al Seasteading Institute 1,7 milioni di dollari, ma il suo ultimo contribuito al progetto risale al 2014 e gli investitori più recenti stanno mantenendo un profilo basso. Quirk dice che hanno "una bella quantità di denaro” e si stanno preparando alla cosiddetta coin offering iniziale, un meccanismo di investimento che utilizza criptovaluta digitale. In seguito, la società spera di generare profitti affittando spazi sull'isola e offrendosi per consulenze ad altri aspiranti costruttori di isole.

Oltre ad assumere Quirk e altri quattro direttori generali, Blue Frontiers ha messo insieme uno staff di dieci persone e commissionato studi ambientali, giuridici ed economici sugli impatti del progetto per gli investitori e il governo.

Alla domanda "perché?" – la prima che viene in mente a chiunque sulle colonie marine – ogni soggetto coinvolto risponde in modo diverso. Alcuni sono affascinati dal progetto perché è una scusa per portare il design sostenibile a un livello più elevato. Per chi abita in isole poco al di sopra del livello del mare potrebbe essere una zattera di salvataggio.

Félix Tokoragi, sindaco di Makemo, un atollo dell'arcipelago di Tuamotu, nella Polinesia francese, ha detto a Blue Frontiers di essere interessato. Le isole Tuamotu hanno subito un'inondazione diffusa, e Tokoragi è preoccupato che il suo possa diventare un popolo di profughi del cambiamento climatico. "Siamo radicati nel nostro atollo; siamo legati alla nostra cultura", dichiara. "Non siamo contrari a questa idea perché la tecnologia può rispondere ai problemi che abbiamo di fronte".

Per altri, le attrattive del progetto in ultima analisi sono autonomia e autosufficienza, in particolare di governo: chiunque decida che lo stile politico dell'isola non fa per lui, può andarsene in un altro sistema che apprezza di più.

Secondo uno degli scienziati che collaborano al progetto, Neil Davies, direttore esecutivo di una stazione di ricerca sull'isola vicina di Moorea dell'Università della California a Berkeley, il richiamo dell'isola è che potrebbe essere una base per ricerche che "colmino il divario tra le navi oceanografiche e i laboratori marini costieri".

Le navi stanno in acqua, ma sono "incredibilmente costose", dice, e non restano fisse. I laboratori costieri possono raccogliere dati con una lunga serie temporale, ma non consentono l'accesso ad acque più profonde. Davies sogna "stazioni marittime" galleggianti che consentirebbero un accesso all'oceano a lungo termine, a vantaggio specialmente degli studenti dei paesi tropicali "dove i sistemi naturali sono tra i più sensibili alle attività umane", sottolinea.

Gli esperimenti potrebbero includere le variazioni di pH o della temperatura su piccole sezioni della barriera corallina per simulare le condizioni ambientali future, o la coltivazione di diversi coralli per indagare quali vivranno meglio in futuro. I dati potrebbero essere raccolti usando sensori semi-permanenti e telecamere, o mediante la raccolta regolare di campioni biologici.

Alcuni ricercatori non coinvolti nel progetto vedono un valore anche nell'idea in sé. "Se si dispone di un'isola galleggiante e si desidera condurre uno studio a lungo termine, questo è un modo perfetto per farlo", spiega Ross Barnes, sovrintendente delle operazioni marittime presso il Marine Center dell'Università delle Hawaii a Honolulu, che gestisce due grandi navi di ricerca e laboratori sulla terraferma. L'università sta conducendo ricerche in un sito oceanico chiamato Station ALOHA, che gli scienziati hanno visitato in barca quasi 300 volte dal 1988. Una piattaforma galleggiante, dice, avrebbe permesso ai ricercatori di lasciare sul posto alcuni strumenti, o di rimanere di persona, consentendo misurazioni continuative. "È una buona idea", dice Barnes.

Attualmente, Davies sta aiutando i coloni marini a scegliere siti e progetti ecologicamente validi. Inoltre, prevede di aiutarli a documentare le prestazioni dell'installazione usando sensori che misurano parametri quali la spesa energetica e la produzione di rifiuti sulle piattaforme, nonché la temperatura e la qualità dell'acqua. E vede il progetto come una grande opportunità di apprendimento per i numerosi studenti che visitano la sua stazione. "La colonizzazione del mare solleva molti problemi sociali, legali, etici e ambientali, anche se non va mai da nessuna parte", dice.

Il progresso delle colonie marine dipende dal fatto che il progetto sia abbracciato dalla Polinesia Francese, che fa parte dei Départements et territoires d'outre-mer, le ex colonie francesi oggi in gran parte autonome, ed ha una popolazione di 287.000 persone in 67 isole sparse su un'area grande quasi come l'Europa.

Da un certo punto di vista, un grande progetto galleggiante dovrebbe interessare questa nazione di navigatori e costruttori di barche. Ma la Polinesia Francese in passato è rimasta scottata da grandi progetti scientifici e tecnologici.Tra il 1966 al 1996, la Francia ha condotto nei suoi possedimenti polinesiani 193 test nucleari, molti dei quali in atmosfera. Nel febbraio 2016, l'allora presidente francese François Hollande ha ammesso che i test hanno causato danni all'ambiente e alla salute umana. E la zona è costellata di progetti abbandonati e alberghi chiusi.

"In passato ci hanno preso in giro spesso", afferma Pauline Sillinger, specialista di sviluppo sostenibile di Te Ora Naho, una federazione di gruppi ambientalisti della Polinesia Francese. "Test nucleari, grandi alberghi e bianchi simpatici, intelligenti e sorridenti che ci dicevano che per noi erano una cosa buona."




Le isole artificiali tra scienza e utopie
L'atollo di Mururoa, dove nel 1996 si è svolto l'ultimo test nucleare francese (Wikimedia Commons)
Ma la loro diffidenza si scontra con il bisogno disperato di nuove fonti di reddito, dice Sage. Dopo aver interrotto i test nucleari, la Francia ha iniziato a versare alla Polinesia Francese più di 100 milioni di dollari all'anno per compensare il reddito perso a causa delle attività militari. Ma nel 2016 l'importo è stato ridotto e nel frattempo i ricavi del turismo non sono mai tornati ai livelli precedenti alla recessione del 2008.

Grazie all'aumento della stabilità politica e ad altri fattori, le cose sono migliorate rispetto al 2014, quando la collettività era così squattrinata che rischiava di non pagare gli impiegati pubblici, aggiunge Sage. Ma è ancora pericolosamente dipendente da un numero limitato di fonti di reddito: turismo, perle e olio di cocco. La disoccupazione è quasi al 18 per cento. "Stiamo cercando nuove idee", dice Sage. "Siamo veramente aperti a ogni idea, a ogni investitore".

Ma mentre Sage pur essendo scettico, è disposto a fare un tentativo, altri ne hanno abbastanza di progetti grandiosi. Tra loro vi è un leader religioso di Tahiti, Frère Maxime Chan, alla guida dell'Association 193, che rappresenta coloro che hanno subito le conseguenze dei test nucleari. C

han è anche vicepresidente di Te Ora Naho (Sage, per inciso, è il presidente dell'organizzazione). Chan dice che il suo vecchio amico Sage e il resto del governo sono "abbagliati" dai soldi di Seasteaders. Parla di progetti recenti – tra cui un resort turistico, un impianto di acquacoltura e un eco-resort – che sono stati tutti annunciati con fanfare e ottimistiche prospettive occupazionali per poi essere cancellati, ridimensionati o sospesi sine die. Chan desidera che il governo ammetta che il tenore di vita del tahitiano medio è stato gonfiato artificialmente dai soldi per i test nucleari e che deve diminuire. Ciò può essere fatto senza sofferenza, afferma Chan, tornando a una versione dell'economia di sussistenza pre-anni sessanta. "Piccolo è bello", dice.

Convincere la Polinesia Francese a sostenere il progetto spetterà soprattutto a Marc Collins, un altro direttore generale di Blue Frontiers. Collins è di Tahiti e ora vive lì, ma nei primi anni novanta viveva nella Silicon Valley, e s'innamorò di quella cultura in veloce divenire, fatta di grandi idee e possibilità infinite.

Da allora, ha tenuto un piede in quel mondo abbonandosi alla rivista "Wired". Nel maggio 2015, questa rivista dedicata al mondo digitale ha pubblicato un articolo su come il movimento di colonizzazione dei mari aveva deciso di ridimensionare il suo grande progetto per il mare aperto, riorientandosi verso acque più sicure e più basse e cercando "soluzioni di riduzione dei costi all'interno delle acque territoriali di una nazione ospitante”.

Collins, un imprenditore coinvolto in ogni grande industria della Polinesia Francese, dagli alberghi alle perle nere e alle telecomunicazioni, ha visto l'opportunità di portare, come dice lui stesso, "parte del DNA della Silicon Valley a Tahiti". Tahiti è entrata nel mondo di Internet ad alta velocità nel 2010, con la posa di un cavo in fibra ottica sottomarino che la collega alle Hawaii. Ha lagune calme in abbondanza e voli giornalieri da Los Angeles, e, come ulteriore vantaggio, è generalmente considerata un paradiso in Terra.

Collins ha mandato un messaggio al direttore esecutivo del Seasteading Institute, Randolph Hencken. Gli esponenti di del Seasteading Institute erano interessati al passo fatto da Collins, ma volevano un gesto ufficiale di supporto. Così Collins, che è stato ministro del turismo della Polinesia francese nel 2007 e nel 2008, ha iniziato a sollecitare i suoi contatti governativi. Ad agosto, il presidente della Polinesia francese Édouard Fritch ha firmato una lettera che invita formalmente gli esponenti dell'Istituto a presentare le proprie idee. Una delegazione di nove persone ha raccolto l'invito nel mese successivo e a gennaio è stato firmato un memorandum d'intesa con impegni di cooperazione.

Il prossimo passo per rendere realtà l'isola sarà l'approvazione di una legge che definisce una "zona economica speciale" che comprenderà l'isola sintetica. Blue Frontiers non chiede alla Polinesia francese alcuna sovvenzione per costruire l'isola, ma chiede un'aliquota d'imposta dello zero per cento, tra le altre eccezioni legislative. Ha ingaggiato l'azienda francese GB2A, con sede a Parigi, per preparare una ricerca legale e una serie di richieste che i Blue Frontiers hanno presentato al governo alla fine di settembre. Il gruppo spera di vedere un progetto di legge prima della fine dell'anno.

Nel frattempo, il Seasteading Institute sta alimentando l'entusiasmo e corteggiando i potenziali investitori con una serie di incontri. Nel mese di maggio, ha avviato colloqui e organizzato eventi di networking e tour a Tahiti. Tra i relatori, vi erano Fritch; Tony Hsieh, amministratore delegato dell'azienda di vendita online Zappos di Las Vegas, in Nevada; Tua Pittman, esperto conduttore di canoe delle Isole Cook, oltre a ingegneri e nanotecnologi, e a uno "stratega di blockchain", cioè uno specialista dei sistemi informativi distribuiti che supportano le cripto-valute. L'Istituto spera di utilizzare tali sistemi per gestire i propri finanziamenti, nonché i dati scientifici che generano. Ma l'evento non esauriva tutto il lavoro. L'annuncio di una festa su canoe a bilanciere suggerì gioiosamente di "Non indossare tacchi e di portarsi dietro un costume da bagno per un'eventuale nuotata al chiaro di luna".

Tra il 22 e il 29 ottobre prossimi, Blue Frontiers organizzerà una settimana di accesso libero per sostenitori e investitori potenziali, un mix di tour, di discussioni e sedute mattutine di yoga con Hencken. Sempre ambizioso, il gruppo spera di avere una proposta di legge da parte del governo polinesiano, e alcuni progetti architettonici dettagliati. L'obiettivo è quello d'iniziare i lavori nel 2018.

Mentre dietro le quinte ferve tutto questo lavoro, la laguna rimane abbastanza tranquilla. In una giornata di luglio, i locali partecipano a una competizione di stand-up paddle, mentre le famiglie giocano sulla riva e le ragazze bevono birra con i piedi tra le onde. Su bordo della strada, si vendono tonni appena pescati. Da un certo punto di vista, è difficile immaginare che questo posto possa migliorare.

Solo il tempo ci dirà se l'isola dei coloni marini diventerà un rifugio per i polinesiani in fuga dall'innalzamento dei mari e un incubatore per la scienza e l'attività polinesiane, o semplicemente un parco giochi per stranieri ricchi che vogliono evitare leggi fastidiose. E soprattutto se l'isola verrà mai realizzata.

(L'originale di questo articolo è stato pubblicato su Nature il 4 ottobre 2017. Traduzione ed editing a cura di Le Scienze. Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.)

Rutger Bregman: reddito di cittadinanza subito, ma non in Italia


In Italia il reddito di cittadinanza o qualche provvedimento analogo, non sarà mai adottato, perché la casta parassitaria dei nostri politicanti e la pletora di cortigiani alla cui greppia attingono, temerebbero sottragga troppi fondi alla loro avidità e corruzione e al mantenimento dei loro eccessivi privilegi. Inoltre anche coloro che potrebbero essere ben intenzionati ed in buona fede, non possiedono la lungimiranza e perspicacia necessaria per valutare correttamente tale opportunità e le sue ricadute sociali ed economiche positive. Claudio


Fonte: https://www.che-fare.com/andrea-daniele-signorelli-rutger-bregman-reddito-di-cittadinanza-subito/

Rutger Bregman: reddito di cittadinanza subito


4/10/2017

“La povertà non è mancanza di carattere, è mancanza di soldi”: uno slogan provocatoriamente tautologico alla base della battaglia per l’introduzione del reddito di cittadinanza. “Non c’entra né l’automazione del lavoro, né l’espansione della gig-economy”, spiega a cheFare Rutger Bregman, storico e giornalista olandese autore di Utopia per realisti (Feltrinelli). “La ragione per cui dovremmo subito introdurre il reddito universale è una sola: cancellare la povertà”. E così, riuscire laddove il welfare state ha storicamente fallito: “Con il sistema attuale, le persone sotto la soglia di povertà devono passare il loro tempo a dimostrare di essere abbastanza malate, depresse, piene di problemi; di essere davvero dei casi disperati che non riusciranno mai a combinare nulla di buono nella vita. Se riescono a dimostrare tutto ciò, dopo decine di colloqui e un sacco di burocrazia, alla fine forse riceveranno un po’ di soldi”.
Rutger Bregman ha 29 anni, è uno storico, scrive per il quotidiano olandese “De Corrispondent” e ha ricevuto due nomination per il prestigioso European Press Prize. Ha pubblicato diversi saggi di storia, filosofia ed economia e il suo lavoro è stato presentato dal “Washington Post” e dalla BBC. L’edizione olandese di Utopia per realisti è immediatamente diventata un bestseller e ha dato origine a un movimento che è finito molto presto sulle testate internazionali.

Nonostante le significative differenze che caratterizzano le varie nazioni e i diversi sistemi economici, il risultato solitamente è lo stesso: il welfare diventa un circolo vizioso che porta le persone in difficoltà ad aggrapparsi a quel poco che possono ottenere dallo stato, senza mai avere davvero l’opportunità per dare una svolta alla loro condizione. “Poco importa che si guardi all’Italia, agli Stati Uniti, all’Australia o alla Svezia: negli ultimi 20/30 anni si è sempre seguita la stessa direzione”, prosegue Bregman. “È il sistema stesso, con questo meccanismo, a produrre apatia, depressione e povertà. Con il reddito di cittadinanza, invece, cambia tutto: chiunque riceverà denaro incondizionatamente e, di conseguenza, vivere una vita priva di povertà non sarà considerato un favore dello stato, ma una condizione assolutamente normale”.
Da questo punto di vista, come sottolineato anche dal fondatore di LinkedIn Reid Hoffman, il reddito di cittadinanza potrebbe davvero trasformarsi in “venture capital per le persone”, consentendo a chiunque di decidere da solo che cosa fare della propria vita, senza l’obbligo di dimostrare di essere malato, di aver seguito tutti i corsi di aggiornamento, di essersi iscritto agli uffici di collocamento e quant’altro.
Ma se il reddito di cittadinanza è la panacea di tutti i mali, in grado di sradicare la povertà dalle società occidentali, perché – nonostante i vari esperimenti in corso – non è ancora stato istituito in nessuna nazione? Le obiezioni storiche a questa misura sono due: i costi stratosferici e il rischio che si diffonda un’epidemia di pigrizia, in cui tutti smettono di lavorare, accontentandosi di quanto gli elargisce lo stato e passando la giornata sul divano a guardare la tv.
Due obiezioni che, secondo Bregman, non reggono: “Più che dei costi, è importante parlare dei benefici e del ritorno che offre. Ogni volta che si sono tenuti esperimenti sul reddito di cittadinanza, il risultato è stato sempre lo stesso: maggiore scolarizzazione, calo della criminalità, migliori condizioni di salute. Il ritorno sull’investimento – in termini di spese legate alla sanità, alla polizia, ai tribunali e all’assistenzialismo – è stato spesso superiore all’investimento fatto. In poche parole, il reddito di cittadinanza, sul lungo termine, si ripaga da solo. Tutti però guardano al costo e pensano che sia insostenibile; purtroppo non valutano mai il ritorno”.
Tra i tanti esperimenti condotti nel passato reperibili nel saggio di Bregman – tra cui il celebre Mincome canadese – il più recente risale al 2009 e si svolge a Londra. I protagonisti sono 13 maschi senza fissa dimora che da circa quarant’anni dormono per le strade della City. Tra spese di polizia, tribunali, opere di beneficenza e servizi sociali, il conto accumulato dallo stato è di 650mila euro l’anno (50mila euro a testa). Stufo della situazione, l’ente di beneficenza londinese Broadway decise di tentare la fortuna: niente più buoni pasto, mense, rifugi e quant’altro; ai 13 senzatetto vengono elargiti 5mila euro ciascuno. In cambio non dovranno fare nulla. “Un anno e mezzo dopo l’inizio dell’esperimento”, si legge nel libro, “sette dei tredici barboni avevano un tetto sopra la testa. Altri due stavano per trasferirsi in un appartamento proprio. Tutti e tredici avevano fatto significativi progressi verso la propria crescita personale e credibilità finanziaria. Erano iscritti a vari corsi, anche di cucina, si disintossicavano, andavano a trovare la famiglia e facevano progetti per il futuro”.
Senza contare, ovviamente, che il risparmio in termini di costi fu enorme e che la tesi della pigrizia fu smentita: “Ovunque venga sperimentato il reddito di cittadinanza si assistono agli stessi fenomeni: i ragazzi proseguono più a lungo gli studi perché c’è meno fretta da parte loro e delle famiglie affinché comincino a lavorare; le spese mediche dello stato diminuiscono perché le persone hanno la possibilità di curarsi meglio; si dedicano più ore alla famiglia, alla comunità e al volontariato perché, non essendoci l’obbligo di lavorare a tutti i costi, si ha maggiore tempo libero a disposizione”. Più utopia di così, si muore: ma è importante notare come tutte queste conclusioni siano supportate dai dati raccolti grazie a numerosi studi ed esperimenti che si sono svolti nel corso dei decenni, buona parte dei quali vengono raccontati nel saggio di Bregman.
A questo punto, è necessario capire di che forma di reddito di cittadinanza si stia parlando: del reddito universale (ovvero dato a tutti indipendentemente dall’entità dello stipendio e del patrimonio) o del reddito minimo garantito (che viene elargito solo finché non si raggiunge una certa soglia)? “Io li supporto entrambi”, spiega Rutger. “Certo, nel breve periodo penso che l’idea vincente sia quella del reddito minimo garantito, che ha maggiori possibilità di venire introdotto; ma sul lungo termine penso che un vero e proprio universal basic income sia la scelta migliore. In fondo, si tende a pensare che siano due misure molto diverse, ma non è così: è vero che il reddito universale lo riceverebbero tutti, anche i miliardari, ma poi lo restituirebbero attraverso maggiori tasse. I media sbagliano sempre quando affrontano il tema e raccontano di costi esorbitanti: bisogna guardare alla redistribuzione netta, non a quella lorda”.
Messa così, sembra che le due forme siano praticamente identiche. E allora perché prendersi la briga di dare soldi a tutti per poi farseli restituire da chi guadagna più della soglia minima? “Perché in questo modo si cancellerebbe lo stigma. Tutti riceverebbero il reddito di cittadinanza, ma una parte lo restituirebbe sotto forma di tasse; in ogni caso, sarebbe una misura che si applica a chiunque e che quindi non marchia chi lo riceve”.
Per capire con precisione quale sarebbe la spesa netta necessaria per introdurre il reddito minimo in Italia, ci si può affidare ai calcoli fatti dall’economista dell’università di Pavia Andrea Fumagalli: nel nostro paese ci sono 9 milioni di persone sotto la soglia di povertà (dati Istat); portare tutti costoro al di sopra di quella soglia – seguendo le tabelle della Commissione di Indagine sulla Esclusione Sociale – verrebbe a costare 22/23 miliardi di euro, poco più dell’1% del Pil italiano. Risorse che, peraltro, si possono recuperare altrove: circa 10 miliardi, sempre secondo i calcoli di Fumagalli, deriverebbero dall’abolizione di tutto ciò che il reddito minimo rende obsoleto: Aspi, Naspi, cassa integrazione in deroga, indennità di mobilità e quant’altro. Le altre risorse si troverebbero spostando gli incentivi economici dalla produzione al consumo, e quindi investendo nel reddito minimo gli 11/12 miliardi utilizzati nelle ultime leggi di stabilità per la riduzione dell’Irap, dell’Ires, per gli incentivi del jobs act e del super-ammortamento.
E quindi: non solo gli studi dimostrano come il reddito di cittadinanza non causi pigrizia e migliori la situazione socio-economico di chi è in difficoltà, ma si tratta di una misura che (nelle forme più moderate) si potrebbe applicare già oggi, praticamente a costo zero. Eppure, una larga parte della classe politica continua a fare resistenza. Matteo Renzi, per fare un esempio, l’ha definito la cosa “meno di sinistra che esista”, proponendo al suo posto un “lavoro di cittadinanza” che ricorda i metodi da DDR per cui, pur di far lavorare tutti, si creavano lavori privi di qualunque valore.
“Ma in fondo, chi se ne importa dei politici?”, sbuffa Bregman; reduce da un bagno di folla a PordenoneLegge e in procinto di partire per Oslo; proseguendo così nel suo incessante tour che, da quando il libro è uscito in versione originale (nel 2014), lo porta in ogni angolo d’Europa e non solo a promuovere le sue utopie (tra cui quella dei vantaggi delle frontiere aperte a tutti), conquistando anche la gloria dell’ormai fondamentale TED Talk. “I veri cambiamenti non partono mai dai politici, ma da chi si trova al margine del dibattito politico. Solo cinque anni fa, il basic income era una questione sconosciuta e quando è uscito il mio libro mi sentivo molto solo; negli ultimi anni il tema ha invece preso a crescere sempre di più e, pensa un po’, ho appena ricevuto una telefonata del Green Party britannico che vuole incontrarmi per discutere. Ho saputo che è stata data una copia del mio libro anche a Matteo Renzi, magari cambierà idea”.
Non sarà facile; anche perché – come lo stesso Bregman ammette – ci sono da ribaltare le secolari convinzioni della destra e della sinistra. “È curioso, perché in verità il reddito di cittadinanza è una combinazione interessante di aspetti di sinistra e di destra. Da una parte, permette di sradicare la povertà; dall’altra lascia che sia il singolo individuo a fare le proprie scelte, senza la guida paterna dello stato. Oggi, invece, abbiamo il peggio di entrambe: il paternalismo della sinistra, convinta di sapere meglio dei poveri stessi quale sia il modo migliore per dare una svolta alle loro vite, e la visione della destra secondo la quale la povertà è causata da una mancanza di spirito di iniziativa”.
Il bersaglio di Bregman, comunque, è soprattutto il “socialismo perdente”: una sinistra ormai incapace di proporre una nuova visione del mondo per una generazione che manca completamente di orizzonti e utopie da inseguire. Una sinistra che si limita a tentare di arginare il fiume populista di destra che, quantomeno, ha il merito di proporre una visione, per quanto distopica e oscura. “È il paternalismo il vero problema”, prosegue Bregman. “Ci sono troppe persone, soprattutto nella vecchia sinistra, che pensano di sapere cos’è meglio per i poveri, quali decisioni debbano prendere, quali lavori e corsi d’aggiornamento fare. Io penso invece che, per la prima volta nella storia, tutti dovrebbero avere il diritto di decidere cosa fare della loro vita, compreso decidere se lavorare o meno; una scelta che per lungo tempo è stata privilegio esclusivo dei ricchi”.
Un aspetto poco considerato, ma assolutamente decisivo, è la possibilità che il reddito di cittadinanza provochi paradossalmente un aumento dei salari: “Tutti potrebbero dire ‘non voglio lavorare da McDonald’s per guadagnare così poco’, conquistando un potere contrattuale che spingerebbe all’insù i salari. Meglio ancora: chiunque svolga lavori poco pagati ma molto importanti – poliziotti, insegnanti, infermieri, spazzini – avrebbe un potere enorme, potendo contare sulla sicurezza garantita dal reddito di cittadinanza e ben sapendo che la società non può fare a meno di loro”.
Il risultato, sul lungo termine, sarebbe che gli stipendi potrebbero allinearsi al valore sociale del lavoro: “Il capitalismo oggi funziona al rovescio: chi fa lavori inutili, che non producono vera ricchezza – per esempio il direttore marketing di una grande azienda – guadagna tantissimo; chi fa lavori fondamentali come l’insegnante guadagna ben poco; sarebbe bello vivere in un mondo in cui le cose funzionano al contrario”, racconta ridendo Bregman.
Non resta che chiedersi una cosa: quanto tempo ancora dovremo aspettare prima di vivere in un mondo del genere? “Ovviamente non ne ho idea; ma se proprio vuoi che faccia una previsione posso dirti questo: negli Stati Uniti, agli inizi degli anni ‘60, nessuno parlava di basic income; sul finire degli anni ‘60 tutti credevano che qualche misura di questo tipo fosse necessaria e agli inizi degli anni ‘70 Richard Nixon (sì, Richard “Tricky Dick” Nixon, nda) arrivò a un passo dal portare a termine quella che sarebbe stata una vera rivoluzione. Se questa tempistica si ripeterà, entro la fine del decennio il reddito di cittadinanza sarà nel programma di governo di molti, molti partiti”.
Attenzione, però: niente di tutto ciò è scontato; soprattutto per chi, come Bregman, ritiene che il reddito di cittadinanza non sia una misura che diventerà inevitabile per via dell’automazione del lavoro: “Il capitalismo si adatta. Abbiamo sottovalutato la sua capacità di inventare sempre nuovi lavori e sempre nuovi bullshit jobs (con i quali Bregman non intende per forza lavori ripetitivi e malpagati, ma anche se non soprattutto lavori ben pagati ma che non producono vera ricchezza; per esempio il “wedding planner”, il trader di borsa e cose di questo tipo, nda). Oggi, secondo alcune ricerche, circa il 30% dei lavori più essere definito ‘bullshit’. Ma questa percentuale potrebbe anche salire e arrivare magari al 50/70/100% di tutti gli impieghi”.
“Ricordiamoci che il reddito di cittadinanza non è solo una questione politica o economica”, conclude. “È soprattutto una questione ideologica: una completa ridefinizione della società, di cos’è il lavoro, di cos’è il progresso. Stiamo ridisegnando tutti i concetti centrali del discorso politico e provando a costruire un futuro in cui ci siano un sacco di spazzini ben pagati e pochi banchieri pagati molto meno di quanto non siano adesso”. Più spazzini, meno banchieri: un ottimo slogan per un futuro utopistico.

I NUOVI PADRONI DEL MONDO, I SIGNORI DELLA RETE E DELLE NUOVE TECNOLOGIE.

I NUOVI PADRONI DEL MONDO, I SIGNORI DELLA RETE E DELLE NUOVE TECNOLOGIE.


di Roberto PECCHIOLI

GAFA, OTT, NATU, FINTECH. Il mondo nuovo abbonda di sigle. Acronimi vecchi e nuovi dietro i quali, nel linguaggio di John R.R. Tolkien, prosperano gli oscuri signori di Mordor. Invero, del tutto oscuri non lo sono, ma nella società delle mille luci, dello spettacolo che, come gli affari, deve continuare e non fermarsi mai, riescono ancora a restare sullo sfondo del grande pubblico. Innanzitutto, sveliamo gli acronimi, i quali non sono sigle neutre e sbrigative per addetti ai lavori, ma fanno parte integrante dell’apparato scenografico e psicologico del potere. Esso nasconde la verità e la sua stessa identità, cela, avviluppa, si circonda di aloni esoterici e iniziatici anche, e forse soprattutto nella società dello spettacolo, della finta trasparenza e delle notizie sparate h. 24.
GAFA è l’acronimo che unisce le iniziali dei quattro super giganti della tecnologia informatica, Google, Apple, Facebook, Amazon. Ad essi possono essere aggiunti Microsoft e IBM. OTT non è che l’iniziale di Over the Top, oltre la cima, ma anche esagerato, sopra il massimo, l’appellativo comune attribuito alle colossali corporations finanziarie e tecnologiche che, in stretta alleanza, dominano il mondo. NATU sono i fratelli minori, ma quasi altrettanto potenti dei GAFA. Si tratta di Netflix, che opera nel fondamentale settore dei media audiovisivi di intrattenimento, Airbnb, la piattaforma di intermediazione turistica, alberghiera ed immobiliare; Tesla, dal nome dal genio scientifico serbo Nikola Tesla è uno dei giganti della robotica, all’avanguardia nel settore dell’intelligenza artificiale (A.I.), capofila del famoso progetto delle automobili senza guidatore. Uber è un’altra piattaforma digitale, quella del mondo dei trasporti, nota in Europa per la concorrenza sleale ai tassisti ed agli operatori del charter.
Questi sono i nuovi signori di Mordor, uniti alla cupola della finanza internazionale -Goldman Sachs, Jp Morgan, UBS, le galassie Rockefeller, Warburg, Rothschild, i grandi fondi di investimento come Carlyle, Black Rock, Vanguard – con i quali hanno stretto una formidabile alleanza, all’ombra di un terzo soggetto, le agenzie riservate degli Stati Uniti, CIA, NSA e il DARPA. La meno nota al pubblico internazionale è quest’ultima, la discussa, per alcuni famigerata agenzia per i progetti di ricerca avanzata di difesa, che sviluppa, in collaborazione con entità private e di società controllate, ogni tipo di ricerca suscettibile di avere impiego militare. Il vecchio simbolo del DARPA era l’occhio massonico che tutto sorveglia. Creatura del DARPA fu Arpanet, il progetto per collegare tra loro i computer dell’esercito, che sviluppò le conoscenze da cui nacque la rivoluzione di Internet.
Dalla collaborazione tra le strutture di ricerca e di intelligence in sinergia con i migliori cervelli del pianeta, consacrata da apposite società di capitali miste con complessi incroci azionari, è esploso in pochi anni un mondo totalmente nuovo, quello della quarta rivoluzione industriale, i cui dominatori sono divenuti le aziende più capitalizzate del mondo, avendo superato giganti della “old economy” come le sette sorelle del petrolio. Google, nata come motore di ricerca, ribattezzata Alphabet per sottolineare che le sue attività spaziano in ogni lettera dell’alfabeto, è valutata in Borsa oltre 500 miliardi di euro, il doppio della petrolifera Exxon Mobil. Signori della rete, padroni del denaro, monopolisti della tecnologia e della tecnoscienze all’ombra degli “stati profondi” dell’apparato di controllo statunitense e, conseguentemente, del più potente esercito del pianeta. A tutti costoro è attribuito un altro neologismo, Fintech, ovvero l’unione tra finanza e nuove tecnologie, in parte legate all’ascesa inarrestabile della rete Internet, in parte ad un nuovo potentissimo attore globale, le cosiddette tecnoscienze (robotica, nanotecnologie, ricerca sull’uso del DNA ecc.).
Il controllo ferreo sui grandi mezzi di comunicazione, intrattenimento e formazione dell’opinione pubblica impedisce di conoscere e valutare il tremendo impatto di tale sistema di dominio sulle vite di tutti i popoli e di ciascuna persona. Rinviamo ad un successivo intervento un’analisi complessiva, e ci concentreremo invece su alcuni elementi di carattere economico, finanziario e antropologico. Persino osservatori di provata fede mercatistica stanno prendendo atto con timore della violenza e rapidità dei cambiamenti della società indotti dal potere Fintech. In Italia, uno di loro è il noto giornalista economico Paolo Panerai, di cui citiamo un brano tratto da un recente pamphlet scritto a più mani, il cui significativo titolo è Che mondo sarà con il mondo in mano ai Creso del digitale?
“Da quando è esploso il potere dei Creso di Internet, i cosiddetti OTT (Over the Top), da Google a Facebook; da quando è sorta una tacita (tacita? Non faccia il pesce in barile, dottor Panerai! N.d.R.) alleanza tra gli OTT e il mondo della finanza e di alcune banche principalmente americane, che dà luogo al nuovo modello denominato Fintech, si intravvede fortissimo il rischio che a vincere siano i Creso e che la politica di fronte alla loro forza siano impotenti e destinati alla sconfitta, facendo diventare i cittadini una sorta di paria del nuovo potere “. Parola di un sostenitore del modello economico globalista, non di paranoici complottisti o, come si preferisce dire adesso, di populisti ignoranti.  Un altro nomignolo collettivo è Big Data, che designa i colossi di Silicon Valley gestori di reti e connessioni, dai quali non possiamo aspettarci che schedature, politiche, culturali, pubblicitarie, mediche e di ogni altro genere.  Ma sono sempre gli stessi dianzi nominati, sotto l’ombrello sempre meno creduto della narrazione progressista, democratica e libertaria (storytelling, direbbero loro). Al riguardo, possiamo tranquillamente sottoscrivere il giudizio di uno dei padri del sistema, il nipote di Sigmund Freud Edward Bernays, autore del celebre saggio Propaganda: il miglior travestimento di una dittatura è la democrazia, se si controllano i mezzi di informazione.
La cronaca, per chi la osserva senza passività e pigrizia, è chiarissima: l’Unione Europea, una volta tanto, ha battuto un colpo, esigendo dall’Irlanda il recupero di ben 13 miliardi di euro di sconti e benefici fiscali concessi ad Apple. L’ex tigre celtica aveva vissuto un suo piccolo boom ad inizio millennio, ospitando le sedi di aziende del Fintech, offrendo condizioni tributarie e riparo legale alla girandola di conti, società controllate o di comodo, fatturazioni “carosello” che hanno gonfiato ricavi e profitti della Mela – e non solo- alle spalle dei sistemi tributari di mezza Europa ed alla faccia della libera concorrenza, il mantra più falso che mai con il quale codesti giganti nemici ci dominano.
Il presidente di Amazon, il cui patrimonio personale è di circa 60 miliardi di dollari, dichiara gli introiti europei in Lussemburgo, il paradiso fiscale “legale” dell’Unione Europea, patria dell’oligarca Jean Paul Juncker, ma soprattutto il porto sicuro di Clairstream ed Eurostream, le società di clearing (compensazione dei debiti e crediti generati dalle attività economiche e finanziarie) che inghiottono, digeriscono e sbiancano i patrimoni più sporchi del mondo. Adesso, lo stesso granducato reclama all’azienda di Jeff Bezos 250 milioni di imposte, che, per uno staterello di circa mezzo milione di abitanti, non sono pochi. Non è difficile intuire che sono gli OTT a gestire i potentissimi server del sistema di clearing e la mole di dati crittografati che, se conosciuti, cambierebbero definitivamente la visione del mondo di miliardi di persone.
Quanto all’Italia, è nel mirino Google, il motore di ricerca con 900.000 server in giro per il mondo, capofila degli investimenti nelle tecnoscienze e dell’intreccio tra alta finanza e tecnologia. L’Agenzia delle Entrate reclama oltre 2,5 miliardi al supercolosso di Mountain View, ed è stupefacente che Confindustria, attraverso il suo organo, Il Sole 24 Ore, abbia preso le difese del grande elusore fiscale seriale. Situazioni analoghe vive Facebook, di cui si conoscono dati ufficiali agghiaccianti: in Francia è riuscita a pagare imposte per 319 mila euro nel 2015 a fronte di ricavi per 266 milioni di euro. Si tratta di meno dello 0,2 per cento, circa l’uno per cento del dovuto! I dati italiani non sono troppo diversi.
Airbnb mette in contatto chi offre locali, stanze, immobili, alberghi e simili e chi li utilizza. Solo a Roma, si parla di un giro di migliaia di pernottamenti giornalieri che sfuggono ad ogni controllo, non solo tributario. Il sistema è assai utilizzato anche per coprire prostituzione e illegalità varie. Gli operatori tradizionali soffrono e non di rado chiudono, oppure devono sottostare ai consueti ricatti del mercato dove il pesce grosso divora senza pietà tutti gli altri, sino a determinare impoverimento e deserto economico. Di Uber sappiamo molto, a partire dalla farsesca liberalizzazione del trasporto privato promossa dal compagno Bersani.
Quanto riferito non è che uno spaccato minimo di quanto sta succedendo da circa dieci anni, con un’accelerazione che possiamo datare all’inizio della presidenza Obama. Fu l’abbronzato avvocato dell’Illinois, infatti, a determinare l’avanzata dei nuovi signori di Mordor, attraverso l’assenza di qualsiasi regola negli Usa, sede delle aziende, dei laboratori di ricerca e, naturalmente, delle entità finanziarie che hanno sostenuto il progetto planetario.
Tuttavia, è proprio negli Usa che si parla di “uberizzazione” o “walmartizzazione” della società, con riferimento all’immensa catena di beni di consumo a bassa qualità ed alla proletarizzazione progressiva di masse umane sempre più ingenti negli stessi paesi cosiddetti sviluppati. La giustificazione teorica, ripetuta sino alla nausea, è che le piattaforme informatiche ed i GAFA, in modo diverso, beneficiano i consumatori. Polverizzata l’intermediazione ed il commercio diretto – anche di grande superficie – i costi scendono. Vero solo in parte, ma intanto milioni di impieghi, migliaia di aziende muoiono, e il consumatore, questo nuovo esemplare zoologico in forma umanoide, non è più tale per mancanza di denaro. Anche l’indebitamento coatto e continuo, il credito al consumo non riescono più a equilibrare il sistema: gli unici vincitori sono i supergrandi, Over the top, app

L’allarme di Tremonti

Un altro osservatore privilegiato che ha lanciato più di un allarme è Giulio Tremonti. Una sua intervista al Corriere della Sera è particolarmente dirompente; forse per questo è comparsa in pieno Ferragosto. Egli è convinto che in Europa, in assenza di una politica di protezione dei valori sociali e personali in pericolo, la combinazione tra OTT e finanza farà scoppiare una nuova crisi, che si può considerare il secondo tempo di quella scoppiata nel 2007 ed esplosa l’anno successivo. Tremonti è forse l’unico appartenente al ceto politico di massimo livello ad ammettere che il cancro del mondo è “l’ascesa al potere totale e globale dei Creso”. Neppure lui, però, si azzarda a portare l’analisi sino in fondo, riconoscendo che le crisi periodiche del modello capitalista mercatistico sono febbri volute e provocate dai piani più alti, per liberarsi dei fardelli “inutili”, impoverire altri popoli e sempre nuovi ceti, concentrando in mani sempre più grandi il mondo privatizzato.
La tecnologia, specie quella informatica e tecnoscientifica, vede realizzare fatturati superiori al PIL di interi Stati di rispettabili dimensioni. La mancanza di regolamentazioni, norme o limitazioni risponde ad una ideologia precisa, che è quella di cui è banditore Mark Zuckerberg, il padrone di Facebook, ovvero l’abolizione di ogni barriera giuridica, economica, fisica o politica che freni il potere economico, finanziario, tecnologico. Ciò è molto chiaro nel manifesto ideologico ha diffuso nel febbraio 2017, ovviamente in forma digitale ed esclusivamente in lingua inglese. Lo ha denominato Building Global Community, costruire la comunità globale, inquietante distopia universalista destinata a realizzarsi se milioni di persone non ne comprenderanno il devastante potenziale antiumano. E’ l’atto di fondazione della nuova repubblica digitale, che è in realtà un impero con al vertice Zuckerberg e la ristretta cupola di coloro che possiedono le conoscenze tecnologiche, indirizzano la ricerca scientifica, controllano l’industria, il denaro, la comunicazione e, possedendo tutti i mezzi, determinano tutti i fini.
L’ideologia che sorregge il progetto di cui Zuckerberg si fa interprete è un libertarismo estremo, tanto nel campo economico sociale che in quello dei cosiddetti “nuovi diritti”, l’intenzione è quella di forgiare una “umanità nova” che nasce, vive e muore sotto la regia di un Grande Fratello tecnologico globale. Basta con il potere degli Stati, quindi dei popoli e delle nazioni che li hanno fondati. Una società del tutto nuova, plasmata a misura di dominio e caratterizzata da un controllo sociale ed individuale generalizzato in cui, paradossalmente, sono i sorvegliati ad offrirsi come prede, in una sconcertante servitù volontaria difficilmente distinguibile dalla dipendenza da stupefacenti. Non si può non citare un brano del libretto cinquecentesco di Etienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria “Eppure questo tiranno, solitario, non c’è bisogno di combatterlo, e nemmeno di difendersi da lui. Non si tratta di strappargli nulla, ma solamente di non offrirgli nulla”.
A differenza del XVI secolo, oggi è molto più difficile riuscire a non offrire nulla di noi stessi alla tirannia digitale. Almeno, cerchiamo di riconoscerla, e qualificarla senza timore totalitarismo del terzo millennio. Per farci accettare il controllo sociale, ci drogano di libertà astratta. Il potere ha ben capito un’intuizione di Friedrich Schiller: “la gente esige la libertà di parola per compensare la libertà di pensiero, che, invece, rifugge.” Il mondo a cui abbiamo accennato sta portando a termine una rivoluzione paragonabile ai cambiamenti prodotti dal petrolio o dall’energia elettrica che sconfisse il buio. Lenin affermò che la rivoluzione comunista era il Soviet più l’elettrificazione. Oggi, abbiamo l’informatica più le biotecnologie al servizio di un grumo di multinazionali, con al centro le cosiddette Big Data. La rivoluzione digitale ci sta trasportando verso una docilità volontaria, premessa all’irreversibile rinuncia alla libertà ed alla personalità. L’intento delle multinazionali con sede negli Stati Uniti, i Big Data, i giganti dei dati e della tecnologia informatica, è quello di operare una radicale trasformazione delle nostre società sino a renderci, collettivamente ed individualmente, dipendenti da loro come un tossico dalla dose quotidiana.
Il fiume di denaro e profitto è vorticoso. La società Booz Allen Hamilton, per la quale lavorò il famoso divulgatore di segreti spionistici digitali Edward Snowden ha incassato 13 miliardi di dollari (circa 25.000 miliardi delle vecchie lire!) dal Dipartimento di Stato per la Sicurezza, e le su prestazioni sono di natura schiettamente spionistica. L’azienda è controllata dal gruppo Carlyle, uno dei massimi fondi d’investimento del globo, che vanta un attivo di 150 miliardi di dollari ed è definito, negli ambienti finanziari, la banca d’affari della CIA. Un’altra società, Palantir (il nome è una citazione del Signore degli Anelli, le pietre che permettono di conoscere il futuro) è specializzata nella raccolta analitica di dati, vale già 15 miliardi di dollari, è del ricordato Peter Thiel (Paypal, Google) e, stando alle “voci di dentro”, elabora algoritmi destinati a CIA, NSA, FBI. Lo stesso Thiel è promotore di Organizzazioni Non governative che professano un liberismo economico assoluto e considera suo maestro il filosofo francese René Girard. Il teorico del Capro Espiatorio fu infatti lo scopritore del “desiderio mimetico” che animerebbe l’umanità, studiato con attenzione dagli scienziati del marketing, della pubblicità per le sue ricadute nell’ambito del consumo.

Tatuaggio Elettronico

Significativamente, stanno scoraggiando l’uso di denaro contante con la risibile scusa del contrasto alla criminalità organizzata, la quale altro non è che la faccia nascosta di Fintech, il verminaio che scopriamo nel bosco sotto un tronco spezzato. A parte le ragioni di interesse immediato delle cupole finanziarie e quelle politiche di chi teme, in tempi di crisi, le corse agli sportelli, esistono altri due scopi. Da un lato, la mappatura di ogni nostra spesa o transazione per fini di varia natura, ma essenzialmente per ricatto e dominio, dall’altro si alimenta il già florido mercato delle carte elettroniche e dei microchip a radio frequenza (tecnologia RFID). In più, ci lasciano senza portafogli, con effetti psicologici profondi: homo sine pecunia imago mortis, e non c’è bisogno di traduzione.
Altre dominazioni incombono: i due maggiori fondi d’investimento, Carlyle e Blackstone, i cui domines sono le tre- quattro famiglie più potenti del globo, hanno speso la bazzecola di dieci miliardi di dollari per rilevare NCR, il gigante che produce registratori di cassa, distributori di banconote e dà in licenza la tecnologia dei POS, le macchinette attraverso le quali paghiamo con bancomat o carta di credito, presto obbligatorie anche presso i venditori stagionali di angurie e caldarroste. Intanto Paypal sta studiando una pillola che consentirà di non dover più conservare o ricordare le password di accesso ai servizi. La soluzione finale è un circuito stampato, che diventa un tatuaggio elettronico in grado di monitorare dati corporei, aprire i cancelli al posto delle card e simili prodigi: l’alienazione dell’Apocalisse, portare sul corpo il marchio della Bestia postmoderna, il 666 personalizzato ed inconfondibile di Big Data.
Poi c’è il fondo In-Q-Tel, messo in piedi dall’intelligence americana in collaborazione con i giganti di Silicon Valley, che investono in società specializzate nell’analisi e nel controllo delle reti sociali (social media). Un applicativo il cui nome è Dataminr, al fine di anticipare gli eventi, processa dati provenienti da Twitter, il cinguettio preferito dalle classi dirigenti di tutto il mondo. Prodotti simili vengono regolarmente utilizzati dalle banche d’affari per prevedere i movimenti di mercato. In parole semplici, se la cantano e se la suonano. Ma vogliamo essere “smart”, furbetti solo per qualche attimo, ed allora diciamo che si tratta di aggiotaggio ed “insider trading” in grande stile. Il mercato deve essere libero, anzi sgombro; prima fuori i piccoli, poi i meno grandi o i non allineati, infine fuori tutti. La privatizzazione del mondo per concentrazione successiva procede spedita e la fintech degli OTT ne è il profeta e braccio secolare. Come ha rivelato il giornalista investigativo Daniel Estulin, i vertici di Big Data partecipano alle riunioni del riservatissimo Gruppo Bilderberg, dove, alcuni anni fa, si è discusso amabilmente della collaborazione tra Stati nel ciberspazio, con ampia approvazione della partecipazione attiva dei giganti privati.
Microsoft investì centinaia di milioni di dollari per consentire ad alcune multinazionali, tra le quali Coca Cola e Blockbuster, l’accesso ai dati di Facebook, autentica miniera di informazioni planetarie e potente strumento di controllo. La più grande azienda che compravende legalmente dati è Acxiom, di cui Facebook è socia. Google è il colosso dei colossi e possiede migliaia di server dislocati in tutto il mondo dedicati ad immagazzinare e conservare informazioni personali e globali; sta inoltre sviluppando un computer quantistico che polverizzerà la già ragguardevole velocità raggiunta dagli apparecchi in attività. Il controllo telematico, dunque, ha Google come snodo ed insieme terminale. Il suo stesso nome è un vasto programma, giacché richiama la potenza inesprimibile dell’infinito. Googol è infatti un termine coniato da un matematico per esprimere il numero formato da 1 con 100 zeri, cioè 10 alla centesima potenza. Quel numero illustra la differenza tra un numero enorme e l’infinito. Gli indicatori che Google usa per tracciarci sono almeno sessanta, e il Bilderberg ha orientato vari incontri sulle tecnologie di controllo della popolazione.
Quanto ad Apple, la creatura di Steve Jobs dispone di capitali liquidi per almeno 215 miliardi di dollari, quasi interamente nascosti nei numerosi paradisi fiscali (gli autentici Stati canaglia) con il consenso del governo USA ed a spese di un intero popolo. Possono farlo, giacché gli interessi sono inestricabilmente connessi e il potere di ricatto di chi, letteralmente tutto sa, è immenso. La capitalizzazione è la più elevata mai raggiunta, 815 miliardi di dollari. La Mela ammise già nel 2008 di poter controllare gli i-phone a distanza, una delle sue invenzioni rivoluzionarie, con i computer Macintosh, i lettori di musica iPod, i tablet i-pad e tanto altro. Amazon segue con circa 500 miliardi. I ricavi annui di Facebook e Google, nella piccola provincia dell’impero chiamata Italia sono di almeno 2,5 miliardi ciascuno, ed aumentano del dieci per cento ad ogni esercizio, fagocitando e quasi sputando dalle fauci ogni concorrenza, nell’impotenza normativa e tributaria tanto italiana che europea.
Microsoft gode di una posizione di monopolio planetario nei sistemi operativi dei personal computer Windows, ed è proprietaria, tra l’altro di Skype, il colosso della messaggistica istantanea il cui portafogli è di circa 700 milioni di utenti registrati. I loro dati, ça va sans dire, sono entrati nella disponibilità della NSA americana. Lo stesso sistema Windows, nella sua versione più recente (Windows 10) raccoglie informazioni sul nostro conto. Può farlo, giacché li forniamo noi stessi: difficile che disattiviamo le opzioni che ci vengono offerte all’atto dell’installazione, raro che neghiamo alle applicazioni il permesso di usare il nostro identificativo.
L’economia postmoderna segue due linee principali: l’innovazione e la tecnologia distruggono il lavoro degli uomini, i costi immensi degli investimenti espellono inesorabilmente dal mercato anche i grandi. Restano i giganti. Whatsapp, il noto servizio di messaggi istantanei, è stato fagocitato da Facebook per 19 miliardi di dollari.  Il monopolio generalizzato vede protagoniste nuove figure aziendali, le piattaforme digitali. Una è ormai molto conosciuta dal grande pubblico, ed è Uber. Si tratta di un servizio di intermediazione per trasporti di persone destinato ad eliminare i tassisti e le aziende di trasporto charter. Con un semplice accesso, si prenota un’automobile che ci porterà a destinazione. Uber incassa una percentuale (sono i nuovi caporali dal raggio d’azione illimitato), chi ci trasporta intasca pochi euro, oneri e rischi sono a suo carico. Ricordate la serrata propaganda sul diventare imprenditori di se stessi? Questo era l’obiettivo, il risultato è sotto gli occhi di chi vuol vedere.

Rivoluzione industriale senza crescita

I NATU, Netflix, Airbnb, Tesla, Uber sono legati ai supergiganti, poiché il processo di concentrazione è devastante. Airbnb è il concorrente del settore alberghiero, in Francia ha solo 25 dipendenti ed un fatturato di 800 milioni. I contratti sono individuali, precari, espellono i sindacati, ma soprattutto la solidarietà interpersonale. L’universo NATU generalizza una visione puramente mercantile della vita, hanno sostituito il concetto di persona- e di cittadino – con quello di consumatore, il nuovo idolo per i cui interessi dicono di lavorare.  Il costo del lavoro nel mondo calerà ulteriormente, probabile un 16 per cento in meno in due-quattro anni. La torta da dividere è sempre quella, però, ed al 90 per cento dell’obsoleta umanità tocca contendersi poche briciole graziosamente sparse sotto il tavolo. Rivoluzione industriale senza crescita.
Le uniche funzioni che il monopolio globale degli OTT lascerà agli Stati saranno quelle di polizia e difesa intransigente della loro proprietà privata- contraffazione, brevetti, privativa industriale, licenze. Loro forniranno a caro prezzo i mezzi informatici e tecnologici di supporto e la facoltà di distribuire un reddito universale a quella maggioranza (a regime forse l’80 per cento) che non potrà più produrre redditi. Troppo pericolosa una massa senz’arte né parte. Bisognerà pagarla affinché non si ribelli e, consumando almeno un po’, alimenti il sistema. Tanto il denaro tornerà alla base, ovvero all’oligarchia.
Un bel dì vedremo alzarsi un fil di fumo, canta la triste Cio-Cio-San (Madame Butterfly) sognando il ritorno dell’amato Pinkerton. Il fumo verrà dalla Cina e sarà un incendio già attizzato con prepotenza, si chiama Alibaba, Tencent, Baidu, Huawei: altri OTT. Un’ulteriore rivoluzione è quella delle criptovalute, il denaro virtuale tra cui spicca il Bitcoin, su cui si allungano gli appetiti di Goldman & Sachs e probabilmente creerà problemi alle stesse banche centrali nell’emissione monetaria, con possibili nuove bolle speculative dagli effetti imprevedibili. Ciò realizzerà le teorizzazioni degli ultraliberisti Von Hajek e Friedman sulla concorrenza tra soggetti emittenti di monete.
Negli anni trenta del Novecento, Irving Fisher, un importante economista dell’epoca, diffuse beffardamente l’idea di “helicopter money”, la proposta cioè di lanciare denaro alla folla per sostenere i consumi. Con accenti diversi, i due citati venerati maestri del liberismo più intransigente immaginarono ciò che sta diventando realtà. Ne riparleremo in una riflessione successiva: un modesto reddito a tutti, inferiore al salario minimo di chi lavora, per ungere le ruote del meccanismo e, soprattutto, per disinnescare la bomba sociale (noi diciamo antropologica) di una società senza lavoro. Al vertice gli OTT fintech, finanza più tecnologia più gli “Stati profondi” degli Usa e dei loro alleati più stretti, Israele e Gran Bretagna.
Coming soon, come dicono loro: stanno arrivando.
   ROBERTO PECCHIOLI