Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

Il 19 maggio è il primo anniversario della morte di Stanislav Petrov, un eroe sconosciuto e penalizzato in vita che almeno da morto andrebbe apprezzato.


 
di Claudio Martinotti Doria

Stanislaw-jewgrafowitsch-petrow-2016.jpg  
Stanislav Evgrafovič Petrov fotografato nella sua modesta abitazione pochi mesi prima della sua morte
Tra le numerose ricorrenze che i mass media non mancano di segnalarci, spesso frivole e insignificanti, temo che nessuno rammenterà che domani 19 maggio ricade il primo anniversario della morte di Stanislav Petrov, che nel mondo occidentale è un perfetto sconosciuto, e fino a qualche tempo fa lo era anche nel suo paese d’origine, la Russia.
Il comportamento di questo personaggio è divenuto un aneddoto che viene spesso citato da coloro che si occupano di rischi nucleari: un episodio realmente avvenuto ai tempi della guerra fredda, di cui fu protagonista il tenente colonnello dell'esercito dell'URSS Stanislav Evgrafovič Petrov (eroe suo malgrado, rimasto sconosciuto per lunghissimo tempo, deceduto nel 2017), il quale la notte del 26 settembre 1983, ha in pratica salvato il mondo dall'apocalisse nucleare.
Quel giorno il tenente colonnello era in servizio in un bunker poco fuori Mosca con il compito di monitorare i siti missilistici USA tramite il sistema satellitare di sorveglianza russo OKO (che in russo antico significa “occhio”) e riferire immediatamente ai suoi superiori di eventuali attacchi nucleari degli USA. Durante la notte scattò l'allarme per ben cinque volte consecutive, pochi minuti uno dall'altro, perché il sistema di allerta aveva rilevato ogni volta il lancio di un singolo missile balistico intercontinentale con presunta traiettoria sul territorio sovietico. Un missile balistico ha una traiettoria suborbitale o parzialmente orbitale prestabilita che non può variare, potendo colpire un singolo bersaglio, ed erano quelli comunemente in dotazione all'epoca dell'incidente narrato, mentre un missile da crociera di quelli moderni, dotato di sistema di guida GPS può variare la traiettoria come fosse un aeroplano e colpire un bersaglio con una precisione prossima al metro.
Il tenente colonnello Petrov, conoscendo bene il sistema russo OKO, quanto fosse poco affidabile, ritenne altamente improbabile un attacco americano con così pochi missili e prese la coraggiosa decisione di non avvisare i suoi superiori (come prevedeva il regolamento), finché non si fosse dimostrato trattarsi di un falso allarme, cioè di un problema tecnico (fu una scelta coraggiosa che andava ben al di là delle sue prerogative e competenze gerarchiche e se ne assunse la piena responsabilità). Infatti venne successivamente accertato che si trattò di un errore dovuto alle poco affidabili apparecchiature tecnologiche sovietiche installate sui satelliti, dotati di primitivi sensori all'infrarosso, che avevano scambiato alcuni potenti riflessi di luce solare sulle nubi ad alta quota come un lancio di missili.
Il governo russo, invece di conferirgli l'onorificenza di Eroe dell'Unione Sovietica e promuoverlo al grado di colonnello, gli impose il segreto di stato e i suoi superiori lo cazziarono di brutto stroncandogli la carriera e disponendone il pensionamento anticipato. Se non l'hanno mandato di fronte alla Corte Marziale, probabilmente è stato solo per evitare lo scandalo, il rischio che si diffondesse la notizia del gravissimo errore di valutazione dei loro inaffidabili sistemi di allerta.
E non pensiate che se l'episodio fosse avvenuto in Occidente le cose sarebbero andate diversamente.
Petrov non ebbe praticamente nessun riconoscimento e la sua vicenda finì nell'oblio fino ai primi anni 2000 quando alcune istituzioni culturali estere vennero a conoscenza dell'episodio e gli conferirono dei riconoscimenti di modesta rilevanza, e dopo diversi anni, in prossimità della sua morte, alcune trasmissioni televisive si occuparono di lui, in maniera come al solito superficiale, approssimativa e banale. Morì in miseria e solitudine in un piccolo villaggio nei pressi di Mosca.
Episodio paradossale, estremamente simbolico e significativo dal punto di vista civile, culturale, antropologico, sociologico, ecc., dello stato dell'arte in cui versava e versa tuttora l'umanità, che privilegia ed eleva agli altari della cronaca figure indegne e meschine e mette in ombra personaggi che andrebbero quantomeno rispettati se non apprezzati.

I grillini mantengono la mediocrità nelle scelte dei collaboratori e politici per evitare di perdere il controllo del loro partito

Non aggiungo nulla a quanto scritto da Maurizio Blondet perché corrisponde in toto al mio stesso pensiero. La mediocrità e l'ignoranza dominano la politica e i media italiani da decenni, soprattutto a livello economico, finanziario e monetario, che sono gli strumenti con i quali le élite globaliste dominano le masse, con lo scopo di defraudare e depauperare la popolazione attiva riducendola in un'occulta schiavitù alimentata precipuamente dalla mediaticamente indotta ignoranza economica, finanziaria e monetaria. Il debito pubblico serve come alibi e assillo giustificativo delle vessazioni fiscali e sociali, della perdita di sovranità, della redistribuzione iniqua di ricchezza, delle politiche di austerità, dei tagli al welfare, ecc.. Claudio Martinotti Doria

NO A SAPELLI. OVVERO, LA DE-SELEZIONE ITALIOTA DELLE ELITES.

“E’ la prima volta nella storia – ha detto Paolo Mieli stasera  – che un governo non è supportato da nessun giornale. Vogliono – aggiungo io – un paese povero e incolto, facile da governare. Un villaggio musulmano,  totalmente dipendente dai massoni e dai banchieri”: così Danilo Quinto, l’ex radicale convertito, nel suo blog.
Anche il resto è da citare:
Sono felice di aver votato LEGA e dico che a Matteo Salvini si deve dire solo grazie. E’ l’unico leader politico che in questo momento ha l’Italia. Dice parole chiare, libere, oneste, di verità. Parole nobili, che non si sentivano da anni. Mi sento di dire che Salvini coltiva sempre di più la “nobiltà della politica” ed io sento di essergli grato, da cittadino di questo Paese, per lo sforzo che sta compiendo, perché “nobiltà della politica” significa svolgere un servizio per il bene comune, mettendo da parte gli interessi e  le ambizioni personali. Salvini non cambia e non rinuncia alle proprie idee (sulla Russia, su Putin, sulla Siria, sull’Europa) e questo è già moltissimo in un Paese abituato ai voltagabbana. Non solo. Salvini vuole realizzare le sue idee, per rispetto dei suoi elettori e di tutti i cittadini.
Sono d’accordo con Salvini, con il punto cruciale del suo intervento: la ridefinizione della posizione dell’Italia nei confronti dell’Europa. I punti del programma annunciato non si possono realizzare obbedendo ai diktat europei e rinunciando alla nostra sovranità, come vorrebbero continuare a fare i poteri forti e la gran parte dei mass media – i casi di “Repubblica” e de “Il Giornale” sono esemplari – che in questi giorni stanno attaccando in modo formidabile Salvini e la sua volontà di dare un Governo serio al Paese, temendo i sondaggi che vedono crescere in maniera intollerabile per molti i consensi per la LEGA.

http://daniloquinto.tumblr.com/post/173899968578/onore-a-matteo-salvini-di-danilo-quinto-14
Non c’è molto da aggiungere. Quando nella mattinata di ieri ha cominciato a circolare la voce che il premier scelto da Di Maio e Salvini era  Giulio Sapelli,  m’è sembrato impossibile: troppo perfetta la scelta. Sapelli è un economista cattedratico di fama internazionale, un critico acuto  e competente  dell’Unione Europea, dell’euro come aborto e della Merkel  come hitlerina, ospite fisso al Valdai Forum  (il tink tank putiniano);  desideroso per di più di combattere – perché per un  professore universitario di 61 anni diventare primo ministro di un governo così attaccato non è certo un riposo –  per un  senso del dovere che non si può definire che amor di patria.
Troppo bello. Nei minuti seguenti infatti è arrivato veto,  si capisce non da Di Maio, ma da Grillo e Casaleggio.  Certo, non si può chiedere troppo al 5 Stelle. L’ignoranza vuole la sua parte, così come la mancanza di coraggio e lucidità. Ma ancor più che l’ignoranza, constato qui la fatale pulsione che fa dell’Italia un paese arretrato, avviato a diventare “un villaggio musulmano”. Cerco di spiegarmi.  Ho rivalutato Salvini, quando ho visto che è capace di scegliere e chiamare  a lavorare insieme “persone migliori di sé”  come Bagnai e la Buongiorno,  per un progetto politico che ha chiaro in mente, e richiede i migliori. E’ una eccezione rarissima, nel mondo politico.
Nei miei 76 anni  di vita, l’ho visto accadere ormai troppe volte: appena nasce, per merito di qualche capo-popolo, un movimento nuovo, che apre a speranze di rinascita, a questo movimento si avvicinano, e si offrono per collaborare,  personalità capaci, competenti, dotate di qualità e coltura specifica, tecnica o generale; ma, passato il primo entusiasmo ed abbraccio, esse vengono allontanate dall’apparato partitico.  Ho visto mettersi a servizio di Umberto Bossi , Gianfranco Miglio, il maggior politologo di allora. Rapidamente, Bossi se n’è liberato:  ha sempre preferito i consigli del suo autista,  lui è uno “del popolo lumbard”, quello sì che capiva la “pancia del Nord”. Non sto a ricordare –  anche perché molti erano miei amici – i tanti “migliori”,  hanno visto in Forza Italia una speranza, e  si sono offerti per riempire i posti di responsabilità per cui avevano le qualità, a battersi per quella che credevano fosse la battaglia di Berlusconi, in Parlamento, nei ministeri, alla Rai.  Berlusconi, avete visto  tutti, ha fatto parlamentari e  persino ministre sue escort,  ha selezionato  non un personale politico, ma un corpo di ballo di cosce lunghe e nani leccaculo comici, come si trattasse di mettere insieme una troupe di avanspettacolo. Che infatti era proprio il suo scopo: mettere a carico dei contribuenti le sue pompinare, insediandole in cariche pubbliche stipendiate. E’finito con la nipote di Mubarak.
Nel Movimento 5 Stelle è successo lo stesso. Hanno prima assunto  Claudio Messora, il miglior video-blogger disponibile, intelligente militante, a capo della loro comunicazione – per poi buttarlo via rapidamente, ed è finita a querele; e sarebbe un ottimo presidente dellas RAI nel nuovo governo. Allontanato Paolo Becchi. Anatemizzato e maledetto Pizzarotti, il sindaco di Parma,  perché è più bravo di loro, infatti i cittadini l’hanno rieletto –  infischiandosene del  M5S.
Ovviamente si capisce perché i capipopolo procedono a queste epurazioni, si liberano di persone ottime, migliori di sé, disposte ad operare con loro per il progetto politico: perché temono di  perdere  il controllo  sul loro potere.  Temono le persone più intelligenti, più competenti, più creative, perché sono libere, fuori dal conformismo di partito – non capiscono che è proprio questa la loro utilità (se non  fossero libere non avrebbero creatività e fantasia); e i politici hanno una paura barbina di ciò che può sorprenderli, che non controllano.
E questo, attenzione, succede  negli apparati ministeriali, dove il dirigente sceglie e fa avanzare  le mezze tacche, perché non gli fanno ombra, e soprattutto non fanno risaltare  la sua propria incompetenza e inadempienza.  Nelle Università – dove i baroni  si accordano fra loro per far vincere i concorsi ai loro più mediocri leccaculo, temendo l’indipendenza e la concorrenza dei portaborse veramente migliori, quelli che farebbero avanzare la scienza. Naturalmente è per questo che, generazione dopo generazione di mediocri, non  solo la scienza non avanza, ma gli studenti abbandonano a frotte le università italiane, comprendendo benissimo che esse non insegnano quasi nulla di utile.
https://www.huffingtonpost.it/2018/01/22/gli-universitari-italiani-sono-i-piu-insoddisfatti-al-mondo_a_23339782/

E’ la selezione delle elites al contrario, quella italiana.  Chi ha un minimo di potere, dovunque, emargina le elites (i migliori di sé) e promuove la mediocrità.  Il risultato, impressionante,  l’abbiamo visto negli immani talk-show  con cui i giornalisti  (de-selezionati nel modo sopra descritto) si sono  lanciati come un sol uomo a dimostrare  come le   proposte del  futuro governo giallo-verde fossero irrealizzabili e da dilettanti allo sbaraglio – intervistando  di continuo e soltanto elementi del PD (gli sconfitti), che  davano  prova continua del loro dilettantismo ed ignoranza. Loro e i giornalisti.
Non so se vi siete resi conto: Gianni Riotta, in una trasmissione, Agorà, si è stupito quando gli hanno detto che nell’articolo 1 della Costituzione è scritto: “La sovranità appartiene al popolo”,  a questa rivelazione, Riotta ha esclamato: Se uno studente dice questo all’esame, lo bocciano!  Solo con sforzo riescono a convincerlo che nella Costituzione è scritto proprio così.
https://www.ilprimatonazionale.it/cronaca/gianni-riotta-non-conosce-costituzione-rinaldi-lezione-85253/
E Riotta è un principe del giornalismo italiota: corrispondente dagli Usa per il Corriere della Sera  per una  vita, è stato direttore de Il Sole 24 Ore confindustriale, oggi lavora per La Stampa:  solo piani alti.  E’ l’incarnazione stessa del processo di de-selezione delle elites. E’ salito  così in alto  perché è un ignorante  a tal punto. Ovviamente è per l’ Europa  della Merkel, per l’euro e per le cessioni di sovranità.
In un altro talk show,  c’è il sociologo De Masi, molto di sinistra,  che ha sempre votato PD, vicinissimo al 5 Stelle  (teorizza una sua idea: lavorare gratis per lavorare tutti) e col dente avvelenato perché s’è messo “con la destra”. Ma asfalta un tale Marattin,  definito “consigliere economico” del PD, che difende le “riforme” di Renzi.
Marattin racconta: prima del Jobs Act, le donne  quando venivano assunte   firmavano una lettera di dimissioni in bianco nel caso fossero incinte. Il Jobs Act  l’ha abolito.
De Masi: “Guardi che era illegale anche prima”.
Marattin tenta la carta, molto usata nei talk shows,  del  “i 5 stelle hanno abbandonato il loro programma su questo e quest’altro punto”.
DeMasi: “Tutti i partiti fanno programmi pre-elettorali e poi fanno altro. Per esempio il PD: io non lo avrei mai votato, se avessi saputo che il PD avrebbe abolito l’articolo 18”.
http://www.la7.it/laria-che-tira/video/de-masi-vs-marattin-pd-incidenti-sul-lavoro-sono-effetto-del-jobs-act-leggi-sbagliate-producono-14-05-2018-241561
Non c’è spazio per elencare tutte le dimostrazioni di dilettantismo  sesquipedale, e  incompetenza terminale dei sinistri  piddini: risultato evidente di 50 anni di de-saelezione, allontanamento ed emarginazione dei migliori, per restare soli fra i peggiori e mediocri. Il PD per esempio conosceva Alberto Bagnai, l’ha valutato quando era di sinistra, l’ha compulsato,  i militanti di sinistra alle sue conferenze tornavano a dire al partito: è bravo. Ma non  l’hanno voluto. L’hanno lasciato  alla Lega, e adesso dicono che è fascista. E i loro giornali  ne sbagliano apposta il nome: “Mugnai”, “Cimaglia”…

Alberto Bagnai, non Cimaglia.
Gli “economisti” della sinistra  che vedo partecipare ai  talk, così, non capiscono nulla e nulla sanno quando un competente parla di politica monetaria,  di come viene creata la moneta, di cosa è l’euro e perché dei Premi Nobel hanno messo in guardia contro la sua attuazione, prevedendo gli effetti destabilizzanti socialmente che constaiamo, in modo critico: gli mancano evidentemente le nozioni di base. L’economia che  difendono è quella che è pensiero unico  da 30 anni, non ne conoscono altra. E’ anche quella meno pericolosa per le loro carriere, perché non sfida il potere.
E oviamente, durando le trattative, la “base” grillina ignorante invidiosa ha preso a metterei bastoni tra le ruote: vuole de—industrializzazioni, vuole l’immigrazione umanitaria  –  senza saper distinguere  in questo governo lo scopo primario dagli accessori utopistici. Lo scopo primario è, come ha detto Salvini:  “O riesco a dare vita a un Governo che ridiscute i vincoli esterni con l’Europa oppure e’ un libro dei sogni: non voglio prendere in giro nessuno. Il Governo parte se puo’ fare le cose: se dovessimo renderci conto che non siamo in grado di farle, non cominciamo neanche”.

Frase da statista coraggioso. I grillini però si tirano indietro. Anche perché non hanno il personale adatto, altrimenti perdono il controllo.
Hanno scelto la posizione moderata, “centrista”, che fu tipica della DC. No agli estremismi, restiamo moderati. Non troppo intelligenti, non troppo coraggiosi, non troppo competenti –  prendiamo posizioni non troppo coraggiose (così l’Europa non ci teme) e non troppo intelligenti, sennò avremmo bisogno di Bagnai, di Messora,  di Sapelli – e non li controlliamo.
Vittoria dei Piddini, degli ignoranti; del “Sud” contro il “Nord” (la conseguenza sarà alla lunga  la secessione, quella vera);  degli italioti che vogliono diventare un villaggio musulmano.

9 Maggio Festa Nazionale Russa per la vittoria della Grande Guerra Patriottica rivela le profonde sofferenze che caratterizzano il nostro paese nel confronto con la Russia

Mentre in Italia ci si deprime di fronte al suo inesorabile declino e l'irrilevanza politica internazionale, rinunciando anche a fare figli per l'impossibilità di mantenerli e garantire loro un futuro, in Russia si torna alla fierezza della propria identità ed alla coesione sociale, ad aver fiducia nel futuro e nel ruolo di assoluto rilievo che la Russia potrà giocare negli equilibri mondiali.
Claudio Martinotti Doria

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Il 9 maggio in Russia e l’Italia...

(di Giorgio Bianchi)
12/05/18

Scrivere della festa del 9 maggio in Russia è una di quelle cose che non può essere fatta a caldo; ti devi fermare un attimo e aspettare che le emozioni sedimentino altrimenti il rischio è quello di comporre un pezzo retorico nel quale i superlativi abbondano più del necessario.
Essere lì e marciare assieme a oltre un milione di persone è un’esperienza che non può lasciare indifferenti, vuoi per il colpo d’occhio offerto da quella massa di persone colorate e gioiose, vuoi per i canti popolari che rendono piacevoli anche le lunghe attese e vuoi per la fantastica giornata primaverile.
Per chi viene da un Paese anestetizzato e depresso come l’Italia quell’ondata di vitalità ha l’effetto di un elettroshock.
Nel caleidoscopio di colori che hanno composto la tavolozza della parata il rosso l’ha fatta sicuramente da padrone così come le falci e martello che comparivano un po’ ovunque. Sì perché in Russia il passato sovietico, da tempo, non è più un tabù: depurato delle accezioni più negative è stato riutilizzato come collante tra un passato glorioso e un presente in divenire. Sovietici sono i drappi rossi esposti lungo il percorso della “marcia del reggimento degli immortali”, sovietica è la gigantesca stella rossa che campeggia nella piazza, sovietico è il contegno dei veterani seduti nel palco d’onore, sovietici sono i volti di molti dei partecipanti, ma soprattutto sovietica è la liturgia generale dell’evento.
 

















Quello che si è capito in Russia è che non ci può essere un rilancio senza la riscoperta delle proprie radici e senza offrire alla propria gente un orizzonte verso il quale marciare.
Ecco in quella marea umana c’erano tutti questi elementi. Mi ha molto colpito vedere una donna accarezzare l’immagine in bianco e nero dei propri avi nel momento della loro acclamazione, così come mi ha colpito la quantità di divise militari e i tributi di riconoscenza nei loro confronti.
Questo aspetto infatti non è in sintonia con la cultura europea di oggi. L'Europa è un mondo dove non si ha tanta voglia di sventolare bandiere e ricordare le guerre; ma soprattutto quando un veterano ha il petto coperto di medaglie e le esibisce con orgoglio da noi non è percepito come una cosa piacevole.
Il Paese emerso dalle macerie della caduta del muro era una nazione allo sbando. L’economia era crollata, gli oligarchi e le compagnie occidentali avevano appena iniziato il “sacco” delle immense ricchezze naturali del Paese, il peso geopolitico si era ridotto praticamente a zero, la natalità era drasticamente diminuita, il tasso di disoccupazione era spaventoso per non parlare di quello dei suicidi.
Si può conteggiare l'effetto delle ricette economiche dettate negli “eltsiniani” (e clintoniani) anni Novanta?
Il conto è stato fatto. Pubblicato su una delle più prestigiose riviste di medicina internazionali, l'inglese Lancet (basandosi sui dati del'Unicef dal 1989 al 2002).
Le politiche di privatizzazione di massa nei Paesi dell'ex Unione Sovietica e nell'Europa dell'Est hanno aumentarono la mortalità del 12,8%. Ovvero, hanno causato la morte prematura di 1 milione di persone. Il legame disoccupazione-mortalità nell'ex Unione sovietica è evidente in quanto erano le fabbriche che spesso garantivano gli screening medici. Con la loro chiusura nell'ex URSS è crollato anche il sistema sociale.
 
















Capire come da una situazione di sbando totale si sia potuti tornare ai livelli attuali è compito degli storici e degli economisti. Un cronista può solo sottolineare che dopo meno di 30 anni la Russia è risorta dalle proprie ceneri: l’economia (nonostante le sanzioni dell’Occidente) è stabile, il tasso di natalità in risalita, quello dei suicidi è rientrato nella media ma soprattutto il Paese ha occupato di nuovo il posto che era stato lasciato vacante dall’URSS nello scacchiere geopolitico.
Sono in molti oggi a ricondurre i meriti di questo rilancio all’abilità politica del presidente Putin.
Certamente la sua guida ha dei meriti in questo processo e i dati delle ultime elezioni gliene rendono atto: tre russi su 4 hanno votato per lui. Il restante 25% dei votanti, con buona pace per Vittorio Zucconi, ha scelto tra gli ultranazionalisti e i comunisti.
Ma secondo il mio modesto parere la vera ragione di questa rinascita la si deve a quel popolo in marcia per le strade di Mosca: un popolo che nella migliore tradizione slava ha saputo soffrire in silenzio nel momento di maggior difficoltà, ma che nel contempo ha reagito come un sol uomo.
Quanto detto finora mi porta ad una riflessione sulla situazione italiana. Da anni il bel Paese sta vivendo un lento ma inesorabile declino. Con un apparato industriale in progressivo smantellamento, la perdita di sovranità certificata dal sovrapporsi continuo di governi tecnici (tanto odiosi quanto inutili), una irrilevanza in politica estera inferiore soltanto a quella di qualche Paese africano, un tasso di disoccupazione (soprattutto giovanile) da allarme rosso, un debito pubblico fuori controllo, da anni l’Italia appare come un malato cronico incapace di guarire.
Andare a ricercare le cause che hanno portato il Paese sull’orlo del baratro è un esercizio di stile che lascio ad altri. Quello che mi interessa capire a questo punto è come se ne possa uscire.
 

















La popolazione italiana oggi come oggi oltre a non avere una guida non ha neanche un orizzonte dinnanzi a se. Uno dei sintomi più chiari della totale perdita di fiducia nel futuro è il fatto che in Italia per 30 anni non si sono fatti più figli. Una generazione intera (la mia) ha di fatto mancato l’appuntamento con il ricambio delle energie vitali del Paese, con grande felicità delle cliniche della fertilità che oggi lucrano sulle scelte sbagliate di una generazione.
Edonismo, giovanilismo, deresponsabilizzazione... Alla mia generazione e a quelle successive è stato offerto un immaginario fatto di eterno presente senza futuro.
Per fare figli e per far evolvere un Paese bisogna avere in mente un futuro, immaginarlo.
La generazione precedente alla mia un futuro lo ha immaginato (e lo ha mancato, n.d.a.) e ha riversato la frustrazione del fallimento sulle generazioni a venire sostituendo i sogni con i beni di consumo, o peggio ancora con il sogno dei beni di consumo.
La Russia di oggi ci insegna che i processi storici sono reversibili. Pertanto se proprio non vogliamo tributarle il nostro riconoscimento per l’immane perdita di vite umane subito durante la liberazione dell’Europa nella Seconda Guerra Mondiale almeno sappiamo riconoscerle il merito di essere riuscita dove noi non abbiamo nemmeno provato. Riprendersi la propria dignità è possibile.
(foto: Giorgio Bianchi)

La prima cosa da farsi appena formato il governo sarebbe la sostituzione dell'attuale presidente della repubblica.

Credo che sia evidente da molti anni a tutti coloro che non si fanno infinocchiare dai frame di regime, cioé dalla narrativa mainstream dell'europeismo, cui l'Italia si dovrebbe allineare ma soprattutto subordinare autolesivamente, che se ci troviamo in questa situazione catastrofica dobbiamo ringraziare soprattutto la Germania e i suoi paesi satelliti germanofili, gli unici che egoisticamente hanno tratto profitto dall'UE e soprattutto dall'unione monetaria dell'Eurozona, relegandoci al ruolo di colonia economico finanziaria e paese da spremere e depredare, deindustrializzare e decivilizzare riducendo il welfare e la qualità della vita, estinguendo la piccola e media industria (o fagocitandola) e la classe media, cioé quella che una volta si definiva la piccola e media borghesia, ormai ridotta quasi all'indigenza. Purtroppo i governi degli ultimi anni, tutti non legittimati a livello costituzionale, perché non eletti democraticamente ma nominati dal presidente della repubblica, hanno fatto il gioco degli interessi tedeschi accettando supinamente i loro diktat ed hanno pure eletto un presidente zombie che non rappresenta la popolazione italiana e che non è assolutamente idoeneo al ruolo delicato che dovrebbe svolgere in questi frangenti. La prima cosa che dovrebbero fare coloro che assumeranno il governo, si spera finalmente perché eletti, seppur con una legge elettorale ignobile e anticostituzionale, sarebbe di invitarlo alle dimissioni per poterne eleggere uno che sia finalmente autorevole ed affidabile, dotato di un minimo di dignità e indipendenza e di strumenti culturali adeguati al contesto, che comunichi senza ricorrere a banale retorica e luoghi comuni, magari dotato di vivacità intellettuale ... Se non è pretendere troppo. Claudio Martinotti Doria.

“INATTUABILE” E’ LA “NARRATIVA” EUROPEISTA. Presidente, legga Cesaratto.

Dunque Mattarella, a nome di un’oligarchia parassitaria che ha sfasciato economicamente il Paese con il suo servilismo a Berlino, ha messo in guardia in guardia  noi cittadini e i nostri eletti  contro “la narrativa sovranista”  – e che fa? Subito dopo attacca con  la nota  “narrativa  europeista”:  superare i particolarismi, nessun paese ce la può far da solo, “ci vuole più integrazione” eccetera.
Bisogna che finalmente lui e quelli che ripetono questa solfa  invecchiata, prendano in  mano un libro, finalmente, che li aiuti a  capire  quanto la loro “narrativa” è  fantastica e lontana dalla realtà.
Il libro può essere quello dell’ordinario di Politica Monetaria e Fiscale dell’università di Siena,  Sergio Cesaratto , “Chi non rispetta le regole? Italia e Germania, doppie morali dell’euro” (Imprimatur, 124 pagine, 14 euro).



l libro dimostra proprio quel che dice nel titolo, che la Germania infrange costantemente,  e sempre a proprio vantaggio, le   regole di una unione monetaria; che impone normative  assurde,  che avvicinano la destabilizzazione delle economie deboli, invece di scongiurarle; che  vuole “ottenere la disciplina” dei paesi con alto debito, come l’Italia, “accrescendone la possibilità di una crisi finanziaria”, e  pretende di “stabilizzare i mercati avvicinando il loro breaking point”, come ha scritto Walter Munchau del Financial Times, quindi è persino negativo a conseguire i fini che si propone, il risanamento e la prosperità.
Si tratta di capire che la Germania, “ossessionata  dalle sofferenze bancarie”  italiane, ha banche che, insieme alle francesi,  hanno in pancia titoli tossici derivati per 6899 miliardi, ossia 12 volte le nostre sofferenze. L’Europa sembra avere una sola necessità e urgenza: come costringere l’Italia a ridurre il suo debito pubblico, facendo  capire ai mercati che siamo potenzialmente insolventi (e quindi dovrebbero esigere da noi interessi più alti),  quando in realtà da quasi 30 anni l’Italia mantiene un avanzo primario, ossia le sue entrate tributarie sono superiori alle spese per la pubblica amministrazione (una volta dedotti gli interessi passivi sul debito).
La Germania proclama che non può condividere i rischi con  noi, finché le banche italiane non avranno svenduto i troppi Buoni del Tesoro che hanno in pancia: sorvolando sul fatto che ce li hanno “perché le banche italiane furono sollecitate dalla BCE ad accollarsi i titoli di Stato nazionali di cui  le banche franco-tedesche si stavano sbarazzando” a badilate “nel 2011”, ossia quando si sbarazzarono dei titoli nostri per far cadere Berlusconi facendo salire lo spread a 500.  Allora la BCE – Draghi –  diede alle  nostre  banche la liquidità creata dal nulla invitandole a spenderla  per ingozzarsi di quei titoli, altrimenti sarebbe esplosa una crisi dell’euro.
Cornuti e mazziati, si dice a Napoli.

Pensare di farcela con  Berlino significa ingannare i cittadini

Ma soprattutto, Cesaratto illustra molto bene, agli illusi dalla “narrativa europeista” e del “ci vuole più UE”, che “il futuro dell’Europa non promette nessun cambiamento se non nella direzione di un irrigidimento”  mortale per noi – e anche per loro, alla fine.
Anzitutto: non ci sarà nessuna integrazione  maggiore, perché la Germania non vuole condividere  alcuna “solidarietà” finanziaria. Il tentativo di Macron, già molto timido,  di piatire da  Berlino qualche misura minima di condivisione, è stato  liquidato. La Merkel non solo non ha voluto quando era forte , dopo la batosta nelle elezioni   ma è troppo debole  (buona scusa)  per imporre oggi ai suoi elettori una politica che tutti i dirigenti germanici hanno bollato da decenni come “aiutare quelli del Sud che vivono sopra i loro mezzi”.   E stanno crescendo in popolarità i partiti euroscettici della destra tedesca, ancor meno disponibili a “integrarsi” all’Europa  – pagando il conto. Il conto dovrebbero pagarlo loro infatti per i vantaggi indebiti che hanno lucrato in questi decenni di “europeismo”; ma loro lo attribuiscono alle proprie virtù e meriti.


Come sappiamo la Germania ha accumulato un surplus enorme, che  è oggettivamente causa di squilibrio mondiale ed è contrario alle regole europee – quelle stesse che impone a noi, a scanso di sanzioni punitive, di non sforare un deficit annuo oltre il 3% dovrebbero imporre  alla Germania  minacciando pari sanzioni  di non sforare il surplus: inizialmente  del 3%, che lei  poi si è aumentata  al 6%;  ma anche questo limite continua a superarlo: ormai il suo surplus commerciale, mostruoso, 253 miliardi, supera di 10 volte  quello cinese, mette in pericolo la stessa globalizzazione e induce Trump a imporre i primi dazi.
Macron ha già fallito. e presto ne pagherà le conseguenze in disordini interni.
Ora, se Mattarella vuole accusare qualcuno di “particolarismo” e di egoismo anti-europeista, non  guardi a  Borghi o Bagnai;  punti il dito sugli economisti tedeschi che  scrivono, in documenti pubblici e ufficiali “La Germania non ha interesse diretto a ridurre il proprio surplus” (p.72)   Se vuole accusare qualcuno di sovranismo, anzi  di estremo nazionalismo, non accusi a Salvini (!) ma al più influente economista   tedesco, Clemens Fuest capo del potente Ifo Institute: “Perché la Germania dovrebbe deviare da una politica fiscale ottimale dal punto di vista nazionale solo perché altri paesi ne possano beneficiare?”.
Se non si vede in queste frasi un anti-europeismo radicale, un nazionalismo che nega tutti i principi di fratellanza europea e valori della UE, e non si capisce che questi avendo il coltello dalla parte del manico non cederanno mai alle fantasiose preghiere di condividere qualcosa – vuol  dire che si è preda di “narrative” allucinatorie  su un futuro europeo che, in realtà, esiste solo nei sogni.
Qui vanno chiamate in causa le generazioni di politici, da Ciampi, Carli, Padoa Schioppa,  da Prodi alle sinistre che “sfasciarono l’economia del paese” attraverso queste scelte europeiste, accettando di essere trattati da imputati permanenti  di fronte a Bruxelles,  di inadempienti ai “compiti a casa” da Berlino  e sotto esame perenne di  Francoforte, con l’argomento che “senza l’ancoraggio all’Europa,  Italia è un paese perso”, come straparla Mattarella.  In realtà, dice Cesaratto, “esso è smarrito ancor di più con l’Europa, e la diritta via se la deve cercare da solo”. E  dice chiaro che di fronte a questa UE-giungla,  “Il Paese farebbe bene a realizzare una coesione politica attorno ad una linea del Piave che sancisca che un ulteriore irrigidimento della governance europea sarebbe inaccettabile, e da ultimo fallimentare, per l’Italia e per la stessa Europa”.
Coesione politica attorno ad una linea del Piave stanno facendo Salvini e Di Maio, con tutti i limiti e i condizionamenti imposti dall’Oligarca-capo. Naturalmente,  accadrà che tutti gli altri, invece di unirsi a loro,  li dilanieranno, opereranno per il loro fallimento –  come sempre succede nella eterna guerra civile italiana -dove sempre una fazione chiama lo straniero ad intervenire contro un’altra fazione  interna.  Invece l’ultima speranza è  unirsi  in una visione realistica dell’Europa come luogo degli egoismi,  dove le regole le fa il più forte, le cui istituzioni sono “macchinose, arbitrarie e pro-cicliche”   e se applicate davvero fino in fondo  dall’Italia – come pretendono lorsignori – destabilizzerebbero i mercati e tutti noi.   Legga Cesaratto, Presidente.

Gli USA contro l'Iran: una scelta di campo che rivela la loro protervia e il menefreghismo verso gli alleati

Gli USA, scegliendo di disconoscere il trattato sul programma nucleare con l'Iran, hanno finalmente rivelato al mondo intero la loro spregiudicata e unilaterale strategia politico militare, che tiene conto esclusivamente dei propri interessi (israelo-americani) a scapito degli alleati, che sono considerati solo pedine, stati satelliti e colonie, in quanto tali sacrificabili e umiliabili. Non è la prima volta e non sarà l'ultima che gli USA se ne fregano dei trattati e del diritto internazionale agendo con protervia senza alcun rispetto per gli accordi sottoscritti, assumendo atteggiamenti da superpotenza con delirio di onnipotenza, senza rendersi conto che la realtà è mutata e che non faranno altro che accelerare il loro declino, inducendo sempre più paesi alleati ad allontanarsi assumendo quantomeno una posizione neutrale se non addirittura ostile. Rimarranno loro fedeli pochissimi paesi, per motivi oggettivi e contingenti, gli altri si defileranno tutti, lo hanno già fatto o lo stanno facendo, come l'India, il Pakistan, la Turchia, l'Egitto, ecc.. Al contrario la Russia e la Cina si troveranno con un progressivo aumento dei paesi loro alleati, riuscendo a creare un fronte comune avversario degli USA che impedirà agli americani di continuare nella loro politica distruttiva, che diverrebbe autodistruttiva. La supremazia militare, che peraltro non è più tale a causa dei progressi tecnologici russi negli armamenti, da sola non è più sufficiente a garantire l'egemonia, e la leadership USA farebbe meglio a rendersene conto, se solo fosse composta da persone minimamente acculturate ed equilibrate, anziché da neocons sionisti fanatici e guerrafondai. Spero che anche l'Italia, seppur guidata perlopiù da inetti, parassiti e paraculi, si decida al più presto a divenire il più possibile neutrale, prendendo le distanze dagli USA, iniziando con il rifiutare di collaborare militarmente mettendo a disposizione le basi sul suolo italiano per ospitare armamenti nucleari, rispettando finalmente la Costituzione Italiana e il Trattato sulla non proliferazione nucleare del 1968. Claudio Martinotti Doria


Fonte: Rivista Italiana Difesa http://www.portaledifesa.it/index~phppag,3_id,2339.html 

Gli USA contro l'Iran: una scelta di campo  

data: a cura di:
Mancava solo l'ufficialità, che è giunta ieri alle 20:00 ora italiana. Il Presidente Trump ha deciso di far uscire l'America dal Trattato con l'Iran sul programma nucleare e di reintrodurre, vedremo poi in che modo, il regime delle sanzioni. Una decisione importante, che fa seguito a quanto promesso in campagna elettorale, che fa contenti i falchi dell'Amministrazione, e, soprattutto, Israeliani e Sauditi, che da mesi premevano su Trump per farlo recedere dall'accordo, ma che scontenta gli alleati europei, a cominciare dall'Italia. Una decisione, poi, che pone la grande questione della credibilità dell’America rispetto al mantenimento di impegni sottoscritti e che potrebbe avere significative ripercussioni pure in futuro ed in altri scacchieri geopolitici. Ma andiamo per gradi. Questa Amministrazione ha fatto una scelta di campo precisa. Si è schierata con Sauditi ed Israeliani – ormai praticamente alleati – per arrestare la crescita dell'influenza iraniana in Medio Oriente avvenuta attraverso la guerra civile siriana, ma, prima ancora, non dimentichiamolo, per effetto della rimozione di Saddam e della disgregazione dell’Iraq sunnita volute dagli stessi Americani nel 2003. L'uscita dall'accordo, pertanto, potrebbe segnalare l'intenzione americana di passare dalla fase di contenimento passivo dell'Iran alla fase di contenimento attivo e, forse, di “roll back”, ovvero di recupero di "porzioni" di influenza entro il perimetro "persiano" progressivamente allargato da Teheran negli ultimi anni con una pragmatica strategia indiretta. Di sicuro, la decisione di Trump rafforza la fazione radicale del regime iraniano, che da mesi preme sulla Guida Suprema per reagire ai continui attacchi israeliani in Siria, a discapito della componente riformista, alle prese con una grave crisi economica interna che le nuove sanzioni non farebbero altro che inasprire. E poi ci sono le conseguenze sui rapporti transatlantici. Dopo gli accordi sul clima, le tensioni sui dazi e le politiche commerciali, gli USA si distanziano ancora una volta in maniera radicale dall'Europa che, nella fattispecie, marcia all'unisono affermando di voler continuare a rispettare l’accordo con l’Iran e rivendicandone funzionamento e benefici. Una differenza di vedute evidente che dimostra come gli Stati Uniti siano disponibili a far scivolare in secondo piano il rapporto transatlantico quando sono in gioco interessi ritenuti di loro primaria, ed esclusiva, rilevanza. Del resto, la nuova National Security Strategy di Trump è stata chiara su questo, così come nel sottolineare il mutamento dello scenario internazionale verso una nuova era di competizione tra potenze. Certo, le potenze "ostili" sono identificate nel documento con Cina e Russia, ma a leggere fra le righe si può scorgere un velato accenno anche all'Europa - in termini di competizione economico-industriale - rispetto alla quale gli USA hanno perso per effetto della Brexit il loro tradizionale strumento di influenza/interferenza, leggi il Regno Unito. La battaglia sulla vendita dell'F-35 alla Germania, combattuta a viso aperto pure nell'ultimo salone ILA berlinese, è lì a dimostrarlo. Infine, non meno importante, il piano delle conseguenze sull'Italia. Roma e Teheran sono legate da solidi rapporti commerciali, mai interrottisi neanche negli anni più bui del khomeinismo, e che con la parziale rimozione del regime sanzionatorio erano di nuovo sbocciati, in diversi settori: da quello energetico, a quello delle infrastrutture. La decisione di Trump li pregiudica nuovamente.

SOVRANITA’ E IDENTITA’ CONTRO IL TIRANNO GLOBALE. Imporre l'inglese come lingua è un atto di tirannia

Mi permetto soltanto di apporre alcune integrazioni personali tra parentesi nel corso dell’articolo postato. Claudio Martinotti Doria

SOVRANITA’ E IDENTITA’ CONTRO IL TIRANNO GLOBALE

7 maggio 2018 di Ninco Nanco

…Ma se il pensiero corrompe il linguaggio,
anche il linguaggio può corrompere il pensiero.
George Orwell

Finché non diverranno coscienti della loro forza non si ribelleranno.
E, finché non si ribelleranno, non diverranno coscienti della loro forza.
George Orwell

Centosettant’anni dopo la celebre definizione di Metternich, l’Italia sembra tornata ad essere nulla più di “un’espressione geografica”. So che non si tratta di una valutazione accettata ma quel che io vedo, e che chiedo di confutare a chi vi riuscisse, è un Paese spogliato d’ogni sovranità e in crisi d’identità, con in tasca una moneta straniera, Berlino per capitale effettiva, un inglese impostore eletto a nuova madrelingua ed il relativismo culturale a sovrintender le menti in vece di religione di Stato.

Mi perdonerete se salto a pie’ pari il primo punto, ma dell’euro ho già scritto così tanto da rischiare la pedanteria. Basti ricordare che anche Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze di Romano Prodi, ha ora dovuto ammettere, in palese contrasto alla narrazione tuttora egemone a sinistra, che la moneta unica è “un marco tedesco sottovalutato”.

Per quanto iperbolica, dubito poi che la pur fastidiosa immagine di Berlino capitale richieda spiegazioni particolarmente approfondite. Come noto, infatti, la lunga stagione italiana dei governi tecnici, cominciata nell’estate del 2011 e temo ancora lontana dall’auspicabile fine, fu conseguenza di una violenta impennata dello spread, innescata, guarda caso, da una maxi-vendita dei Btp fin lì gelosamente conservati nelle casseforti di Germania. Fu la Cancelliera Merkel in persona poi, una volta vinta la campagna d’estate dello spread, a dichiarare ufficiosamente il “protettorato tedesco”, dettando punto per punto l’agenda politica di Roma con la famigerata formula – evoluzione delle antiche condizioni di pace – dei “compiti a casa”. Da allora Berlino dispone, magari per mezzo dei suoi ventriloqui di Bruxelles, e Roma esegue, vergando con le lacrime e il sangue degli italiani quaderni su quaderni di “compiti a casa”…

Desidero tuttavia far notare che alla docile accettazione del giogo tedesco è andato aggiungendosi, da qualche tempo, uno spettacolo altrettanto mortificante, ma ancor meno comprensibile: l’oblio organizzato della lingua italiana, ovvero dell’ultimo retaggio ancora intatto della nostra identità nazionale (cui a sua volta lo stato italico contribuisce cercando di marginalizzare fino a provocare l’estinzione delle lingue locali, come il piemontese. ndr.).

Con una decisione giudicata oltraggiosa persino dall’Accademia della Crusca, il Ministero dell’Università e della Ricerca guidato da Valeria Fedeli ha infatti stabilito che i Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) che ambiscano al finanziamento pubblico dovranno essere scritti in inglese, tollerando tuttavia che i candidati che lo desiderino alleghino alla domanda una copia sussidiaria in italiano. E’ dunque vero, come ha subito protestato il ministero, che “è scorretto dire che la lingua italiana sia stata bandita”. In effetti è stata solo degradata, in Italia, al rango di una lingua complementare e facoltativa.

Sbaglia di grosso, peraltro, chi tenta di ricondurre la portata della questione ad un livello settoriale, ricordando che le pubblicazioni scientifiche internazionali vengono di norma compilate in inglese. Il bando, infatti, ammette anche Prin di natura umanistica; dunque persino chi volesse presentare un progetto orientato alla conservazione della poesia vernacolare sarà costretto a spiegarlo …in inglese. Se non siamo all’assurdo, poco ci manca.

Temo tuttavia che sia alquanto ingenuo ridurre l’assurdità di una simile decisione alla scarsa inclinazione personale della signora Fedeli per l’italiano (il ministro dell’Istruzione Fedeli ricordiamoci è colei che spacciatasi inizialmente per laureata si scoprì non esserlo e dovette correggere il tiro millantatorio. Ndr).  L’adozione dell’inglese, che non è solo la lingua della scienza ma è e resta soprattutto la lingua dei mercati, obbedisce infatti ad un imperativo categorico della globalizzazione che, attraverso la distruzione programmata degli idiomi nazionali, mira a costruire un prototipo seriale di homo novus (meglio sarebbe indicarlo, parafrasando e completando il politologo Sartori, come “homo video demens”. ndr.), perfettamente identico ai propri simili a prescindere dal luogo di nascita e dalla cultura di provenienza. Da qui la necessità di procedere per costante sottrazione delle differenze, cominciando naturalmente dalla lingua, dal momento che lingue diverse esprimono diversi pensieri. Uniformare il linguaggio serve perciò a uniformare i pensieri mentre uniformare i pensieri è la condizione essenziale per uniformare i comportamenti.

La sostituzione strisciante dell’italiano con l’inglese non riguarda solo l’istruzione universitaria. Da quest’anno, infatti, gli studenti di tutte le scuole secondarie dovranno assistere, oltre alle consuete (e, intendiamoci, sacrosante) lezioni “di” inglese, anche a lezioni “in” inglese delle principali materie scientifiche. Materie scientifiche, forse non lo sapete, come la storia. Ma non c’è un cortocircuito logico nel pretendere che la storia d’Italia venga insegnata in inglese? In quella storia, quantomeno, sembrerebbe mancare qualcosa. Qualcosa di enorme.

Si dice che il frutto non cada mai troppo distante dall’albero. Ed è vero. A spacciare tutte queste innovazioni legislative per progresso, in effetti, è una classe politica rampante che ormai da anni, sfoggiando il classico cosmopolitismo del provinciale, ha preso a giustificare ogni porcheria dell’agenda mondialista in un inglesorum subdolo che tanto ricorda il viscido latinorum usato da Don Abbondio per far fessi i villani. Chiamandolo esoticamente Jobs Act, Matteo Renzi è riuscito a conferire un’accecante veste di modernità alla cancellazione delle tutele dei lavoratori, evitando così che la base popolare del Pd, operaista e post-comunista, interpretasse immediatamente quella legge per ciò che era: una contro-riforma reazionaria e padronale. D’altro canto oggi è facile per il popolo cadere nel tranello dei dotti. Politici e giornalisti non fanno che ripeterci che bisogna fare la spending-review perché altrimenti sale lo spread e rischiamo il default, esponendo anche i nostri risparmi al rischio di un bail in. E chi sostiene il contrario, ovviamente, sta solo raccontando fake-news … (è sempre più facile per i parassiti ignoranti, ciarlatani e millantatori al potere ingannare una popolazione più ignorante di loro. Ndr)

Dovendo pagare il mio tributo alla cultura anglosassone, consentitemi di parafrasare un micidiale fustigatore dei “modernisti” d’ogni tempo quale fu, e continua ad essere, George Bernard Shaw. Anche io, come lui, non credo sia necessario essere stupidi per parlare inglese tra italiani, ma certamente aiuta.

Per il gusto dell’ironia, che anche nel delirio del mondo globale resta la spada più adatta ad infilzar le idiozie, dimenticavo di dirvi che persino la Rai, malgrado i noti problemi di bilancio, ha voluto contribuire all’internazionalizzazione linguistica del Paese lanciando un nuovo canale della Radio-televisione Italiana totalmente in inglese.

Cambiare la lingua, come detto, serve a riprogrammare le menti. Ma le menti, per conservare l’illusione di funzionare in autonomia, necessitano di un “software” filosofico capace di restituire un senso anche al non-senso. Questa filosofia-guida, a mio avviso, è chiaramente rintracciabile nel Relativismo Culturale, una piattaforma di pensiero ispirata alla negazione d’ogni pensiero che predica l’iper-tolleranza per meglio praticare la tirannia. Esagero? Giudicate voi. Con la surreale giustificazione del rispetto delle diversità (ma a nulla di effettivamente diverso, in realtà, è più concesso di esistere), questa corrente di non-pensiero chiama padri e madri “genitore 1” e “genitore 2”, mette al bando i sostantivi maschili, corregge la trama delle opere liriche, infila mutandoni di legno alle statue ed offre riparo culturale a chi trasforma Gesù in Perù, arrivando persino ad invocare, ora, l’abbattimento sistematico di quei monumenti che darebbero equivoca testimonianza delle “epoche buie” del nostro passato.

Il buio di ieri contro la luce del domani che stiamo costruendo oggi… Non so voi ma io, se mi fermo a considerare il presente, fatico ad immaginare qualcosa di più buio di questo Oscurantismo Illuminista e di questa mefistofelica promessa di consegnarci Tutto, ma solo se, prima, avremo accettato di prostrarci al Nulla.