Benvenuti nel Blog di Claudio Martinotti Doria, blogger dal 1996


"Non nobis Domine, non nobis, sed nomini Tuo da gloriam", motto dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Pauperes commilitones Christi templique Salomonis

"Ciò che insegui ti sfugge, ciò cui sfuggi ti insegue" (aneddotica orientale, paragonabile alla nostra "chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane")

"Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell'Occidente è che perdono la salute per fare soldi. E poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere nè il presente nè il futuro. Sono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto."
(Dalai Lama)

"A l'è mei mangè pan e siuli, putòst che vendsi a quaicadun" (Primo Doria, detto "il Principe")

"Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci." Mahatma Gandhi

L'Italia non è una nazione ma un continente in miniatura con una straordinaria biodiversità e pluralità antropologica (Claudio Martinotti Doria)

Il proprio punto di vista, spesso è una visuale parziale e sfocata di un pertugio che da su un vicolo dove girano una fiction ... Molti credono sia la realtà ed i più motivati si mettono pure ad insegnare qualche tecnica per meglio osservare dal pertugio (Claudio Martinotti Doria)

Lo scopo primario della vita è semplicemente di sperimentare l'amore in tutte le sue molteplici modalità di manifestazione e di evolverci spiritualmente come individui e collettivamente (È “l'Amor che move il sole e le altre stelle”, scriveva Dante Alighieri, "un'unica Forza unisce infiniti mondi e li rende vivi", scriveva Giordano Bruno. )

La leadership politica occidentale è talmente poco dotata intellettualmente, culturalmente e spiritualmente, priva di qualsiasi perspicacia e lungimiranza, che finirà per portarci alla rovina, ponendo fine alla nostra civiltà. Claudio Martinotti Doria

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Patriă Montisferrati

Patriă Montisferrati
Cliccando sullo stemma del Monferrato potrete seguire su Casale News la rubrica di Storia Locale "Patriă Montisferrati", curata da Claudio Martinotti Doria in collaborazione con Manfredi Lanza, discendente aleramico del marchesi del Vasto - Busca - Lancia, principi di Trabia

Come valorizzare il Monferrato Storico

La Storia, così come il territorio e le sue genti che l’hanno vissuta e ne sono spesso ignoti ed anonimi protagonisti, meritano il massimo rispetto, occorre pertanto accostarsi ad essa con umiltà e desiderio di apprendere e servire. In questo caso si tratta di servire il Monferrato, come priorità rispetto a qualsiasi altra istanza (personale o di campanile), riconoscendo il valore di chi ci ha preceduti e di coloro che hanno contribuito a valorizzarlo, coinvolgendo senza preclusioni tutte le comunità insediate sul territorio del Monferrato Storico, affinché ognuna faccia la sua parte con una visione d’insieme ed un’unica coesa identità storico-culturale condivisa. Se ci si limita a piccole porzioni del Monferrato, per quanto significative, si è perdenti e dispersivi in partenza.

Sarà un percorso lungo e lento ma è l’unico percorribile se si vuole agire veramente per favorire il Monferrato Storico e proporlo con successo come un’unica entità territoriale turistico culturale ed economica …

La tassazione è un sopruso che rende il cittadino uno schiavo sfruttato da parassiti

L'Indipendenza - Quotidiano Online 

La tassazione è una barbarie, il cittadino è uno schiavo

 
di GUGLIELMO PIOMBINI

Molti grandi pensatori liberali dell’Otto-Novecento di scuola francese e italiana avevano messo al centro delle loro riflessioni sociologiche il concetto di spogliazione. Jean-Baptiste Say, Frédéric Bastiat, Vilfredo Pareto o Maffeo Pantaleoni avevano osservato che in ogni società gli individui hanno a disposizione solo due modi per procurarsi le ricchezze che desiderano: lo produzione e lo scambio volontario, oppure la spogliazione. In questa seconda ipotesi si aspetta che qualcuno abbia prodotto qualcosa, per poi sottrarglielo con la forza o con l’inganno. La spogliazione commessa da una persona a danno di un’altra viene di regola condannata dalla legge e dalla morale; al contrario, la spogliazione esercitata da coloro che controllano l’apparato coercitivo dello Stato assume un carattere legale e sistematico, e prende il nome di tassazione.
Questa forma di spogliazione su vasta scala genera spesso oppressione, parassitismo, stagnazione economica, malumori e rivolte. Nel periodo in cui era presidente del consiglio, Mario Monti colse involontariamente questo dato di fatto quando affermò che «sotto il profilo del fisco siamo in uno stato di guerra e non è possibile avere una pace sociale, una pace tra cittadini e Stato, se non viene ruvidamente contrastato il fenomeno dell’evasione». L’azione fiscale dello Stato, infatti, crea sempre una situazione di conflitto permanente all’interno della società. Ogni giorno, ininterrottamente e senza sosta, un esercito di consumatori di tasse (politici, burocrati e militari) si attiva freneticamente per controllare, minacciare, braccare, scovare, arrestare, punire ed estorcere fondi ai produttori di tasse, cioè a tutti quegli individui pacifici che svolgono la propria attività nel settore privato dell’economia.
L’introduzione di queste dosi massicce di coercizione nella società rappresenta una vera e vera e propria barbarie, che corrompe e avvelena l’intera vita sociale e dà il segno di quanto siano arretrati gli attuali nostri sistemi politici. Di recente uno dei più noti filosofi tedeschi, Peter Sloterdijk, nel libro La mano che prende e la mano che dà ha denunciato con forza l’inciviltà dei sistemi politici fondati sulla costrizione fiscale, proponendo di passare a forme volontarie di tassazione: l’unico modo, a suo parere, per moralizzare e rivitalizzare le moderne democrazie, ormai trascinate alla bancarotta da sistemi fiscali sempre più esosi e polizieschi, che schiacciano le libertà individuali e umiliano i contribuenti.
I sostenitori dell’imposizione fiscale replicano a questo genere di critiche richiamando la teoria dei beni pubblici, secondo cui solo lo Stato può produrre quei beni di utilità collettiva, come la difesa, la protezione, la giustizia, le strade o l’assistenza ai bisognosi, che gli individui non sarebbero in grado di produrre attraverso le interazioni volontarie nel mercato. In verità questa teoria è contestabile sul piano teorico e storico, dato che tutti i cosiddetti “beni pubblici” sono stati prodotti efficientemente dal settore privato prima che lo stato se ne attribuisse il monopolio legale.
In ogni caso sarebbe meglio chiedersi se un’astrazione teorica elaborata a tavolino dagli economisti rappresenti una ragione sufficiente a giustificare l’inevitabile carica di violenza sugli individui che da sempre caratterizza tutti i sistemi fiscali. Che cos’è più importante? Che la comunità possa usufruire di un determinato “bene pubblico” (la cui utilità viene spesso stabilita unilateralmente dalla classe politica, senza neanche interpellare i diretti interessati) o che abbia fine, o quantomeno si riduca, quel mare di controlli asfissianti, costrizioni, intimidazioni, irreggimentazioni, confische e persecuzioni fiscali, di cui la storia è piena? Dove sta scritto che il primo sia sempre un bene superiore al secondo?
A dispetto della teoria dei beni pubblici, anche oggi esistono numerosi esempi di realtà basate sulla contribuzione volontaria, come le città private largamente diffuse negli Stati Uniti. Queste gated communities sono dei quartieri urbani o delle vere e proprie cittadine organizzate su base condominiale che forniscono contrattualmente ai residenti tutti i servizi pubblici di cui necessitano: guardie private per la sicurezza, strade, nettezza urbana, scuole, ospedali.
All’interno di queste realtà il cittadino è trattato come un cliente, non come un soggetto passivo da ingiuriare, minacciare e gabellare a piacimento. Qui non esistono corpi permanenti di burocrati e finanzieri dotati di penetranti poteri, spesso intrusivi nella vita privata, alla continua ricerca di sudditi da spremere. Un sistema fondato sulla “tassazione” volontaria sarebbe quindi più umano ed efficace di quanto possano mai essere le attuali procedure fiscali obbligatorie, così ottuse, dissipatrici e soggette a continui abusi.

In anteprima dalla rivista Liberamente, n. 1/2014

Domenico Testa: umile storico e grande ricercatore del Monferrato

di Claudio Martinotti Doria

Martedì ricorre il centenario dalla nascita. Una puntata speciale di 'Patria Montisferrati' lo ricorda

da sinistra Lorenzo Fornaca e Domenico Testa in una foto di una ventina dianni fa

Domani, martedì 21 gennaio 2014, saranno i cento anni dalla nascita di Domenico Testa.
Solitamente si celebrano le ricorrenze di personaggi storici o accademici di fama o quantomeno apprezzati tra gli addetti ai lavori, spesso in settori di nicchia tra persone particolarmente competenti e qualificate.
In questo caso facciamo un’eccezione in questo panorama convenzionale e conformista, peraltro elitario ed in alcuni casi anche autoreferenziale ed arido.
Domenico Testa è sicuramente uno storico, perché ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca documentaristica della storia locale del suo Monferrato, ma non è un accademico, non è un cattedratico, non appartiene all’élite storiografica che si autoincensa salvo confliggere frequentemente per gelosie e motivi di carriera.
Essendo stato uno storico autodidatta, non è mai stato riconosciuto come tale dall’élite, cioè come storico vero, uno di loro. Era un ricercatore semplice ed umile, perseverante ed accurato, e la sua “Storia del Monferrato”, cui ha dedicato l'intera vita consultando ogni archivio accessibile, rimane una pietra miliare inimitabile di cui le successive pubblicazioni similari saranno solo miseri surrogati.
Non è stato riconosciuto nei suoi meriti ma in compenso Domenico Testa è stato sfruttato nel suo lavoro senza mai essere citato e ringraziato, molti autori successivi hanno attinto a piene mani dalla sua Storia del Monferrato, approfittando del fatto che non era noto al grande pubblico e non disponeva di titoli accademici. Similmente come nelle epoche passate, soprattutto tardo medievali quando l’aristocrazia si rifiutava di riconoscere la nobiltà non di sangue e di casta ma acquisita per meriti borghesi ma ne sfruttava le risorse.
Sono pochissime le eccezioni, cioè coloro che ne hanno riconosciuto i meriti e la grandezza, sia finché era in vita che dopo la sua dipartita terrena:
-          il suo editore Lorenzo Fornaca, senza il quale Domenico Testa sarebbe rimasto sconosciuto e probabilmente i suoi studi dispersi e vanificati. In lui aveva riconosciuto il talento dello studioso meticoloso, in lui aveva riposto fiducia pubblicando i suoi studi, con lui aveva interagito e collaborato per circa un decennio ricorrendo ad un intelligente supporto tecnico divulgativo, le illustrazioni (iconografia), che essendo particolarmente numerose, significative, belle e pertinenti al testo (alcune fatte eseguire appositamente da artisti qualificati), hanno sicuramente favorito l’approccio dei lettori ai testi storici, rendendoli più interessanti, accessibile e graditi, secondo una concezione della divulgazione storica che io condivido in pieno, che oltre ai contenuti precisi e documentati deve conciliare la capacità espositiva e di comunicare emozioni e saper raccontare e coinvolgere il lettore, anche con le immagini;
Una delle splendide illustrazioni del volume Storia del Monferrato di Domenico Testa

-          il grande storico Geo Pistarino, che oltre ad essersi prestato per la presentazione della terza edizione della Storia del Monferrato, in un’occasione pubblica aveva ringraziato l’Editore Fornaca per aver valorizzato e divulgato le opere di Testa, che lui apprezzava molto per il suo rigore, la capacità di mettere in correlazione gli eventi ed i personaggi e contestualizzare gli eventi e la storia locale con quella generale, la passione, l’interpretazione e la cura per i dettagli storici ed umani che trapelano dalle sue opere, ecc.;
-          in minima parte aggiungo anche il sottoscritto, in quanto negli ultimi anni ho sempre cercato di valorizzare e far riconoscere i meriti dei ricercatori storici autodidatti seri e competenti, che hanno fornito un grandissimo contributo alla conoscenza e completezza della storia locale, tra cui appunto Domenico Testa.
Domenico Testa è deceduto facendo appena in tempo a veder pubblicata la terza edizione della sua preziosa Storia del Monferrato nella seconda metà degli anni '90, che rimane tuttora la più esaustiva sul Monferrato Storico, anche dal punto di vista cronologico, non limitandosi all’epoca medievale e moderna ma inoltrandosi anche in quella contemporanea, ben oltre l’annessione del ducato ai Savoia con il trattato di Utrecht.
Periodo storico, quello dell’Età Moderna (Ancient Règime) e dei primi tempi della Storia Contemporanea in Monferrato, che mi risulta sia stato successivamente esplorato solo da un altro storico autodidatta, Pietro Gallo di Ottiglio, che ha pubblicato già cinque libri che si integrano a vicenda, seppur geograficamente localizzati, spaziando dal contesto analizzato per tracciare la storia del Monferrato in senso ampio, libri che a mio avviso costituiscono un ottimo compendio all’opera di Testa.
Una delle splendide illustrazioni del volume Storia del Monferrato di Domenico Testa

Mi perdonerà Domenico Testa se ho voluto citare un altro autodidatta che come lui non fa parte dell’élite storica accademica e pertanto non è citato e valorizzato, probabilmente apprezzerebbe il mio gesto, di rendere omaggio ad un uomo ancora in vita, seppur anziano, che pressappoco ne segue le sorti culturali.
Domenico Testa era uno di quei particolari personaggi che hanno avuto una missione da compiere nella vita, a favore della comunità e del territorio in cui vivono, e l'hanno svolta con semplicità e professionalità, senza clamori ed onori, stando in disparte con umiltà, da galantuomo d'altri tempi che ha molto da dare ed avrebbe molto da dire, ma preferisce la pacatezza ed il silenzio, finché qualcuno non lo interpella e lo valorizza … Forse meriterebbe una maggiore attenzione sia sociale che mediatica e gli si potrebbe dedicare qualche iniziativa culturale che possa servire a farlo conoscere e valorizzare le sue opere.
Un grande abbraccio virtuale a tutti gli storici autodidatti che si occupano del Monferrato Storico.


Chi fa politica per curare i propri interessi non lascerà mai il posto ad altri ...




Di  Claudio Martinotti Doria

L’Italia è un paese ormai fallito da tutti i punti di vista e la responsabilità è politica.
Molti si chiedono con un certo smarrimento come sia stato possibile arrivare a questo punto.
La risposta è molto più semplice di quanto si creda, solo che concettualmente non ci soffermiamo abbastanza per metterla a fuoco, perché siamo distratti mediaticamente dal cazzeggio e dalla mistificazione e nella vita privata si tribola talmente tanto che non c’è il tempo per interagire in profondità coi nostri interlocutori.
Supponiamo che la maggioranza di coloro che si siano accostati alla politica lo abbiano fatto in buona fede, per passione, con l’intento di occuparsi veramente dell’interesse pubblico.
Lo hanno dovuto fare tramite i partiti, o meglio la partitocrazia, una struttura di potere impostata per gestire il denaro pubblico occupando tutti i gangli istituzionali e socio economici dove circola il denaro
In queste organizzazioni politiche dominano coloro che sono presenti da più tempo e che si dedicano prevalentemente ai propri interessi e a quelli dei loro sostenitori.
Costoro per la loro fortissima motivazione venale e materiale non lasceranno mai le loro posizioni dominanti, e neppure gli incarichi più marginali, mai e poi mai, se non per cause di forza maggiore (pertanto piuttosto remote), come una grave malattia o infortunio, incarceramento, o perché caduti in disgrazia e costretti alle dimissioni dal loro partito, nel caso non disponessero di sufficienti armi di ricatto. Il ricatto è infatti l’arma di difesa ed offesa più potente in questi ambienti di parassitismo politico.


 
Pertanto tutti coloro che si siano accostati alla politica per motivazioni nobili, dopo un poco di fronte allo schifo che riscontrano ed all’impotenza cui sono costretti, o si adeguano e diventano parassiti anche loro facendo la gavetta per far carriera, o si ritagliano una nicchia di sopravvivenza senza dare fastidio e con variazioni sul tema per salvare le apparenze (policromatismo mimetico), o se ne tornano a casa. Alla lunga rimangono pertanto solo i parassiti purosangue, i maestri del parassitismo ed i loro famili, cioè coloro che curano esclusivamente i propri interessi e quelli del proprio entourage.
La conclusione inevitabile di una simile struttura di potere è di far accrescere in maniera abnorme il numero dei partecipanti alla greppia di stato e portare quest’ultimo al fallimento, perché le risorse pubbliche non basteranno mai per placare i loro appetiti smisurati e la loro incompetenza che produrrà solo danni.
Quindi non ci si deve stupire se siamo al fallimento, perché è l’inevitabile conseguenza del sistema adottato. La cosiddetta democrazia rappresentativa autoreferenziale ed autoconservativa.
Pensare che possa esserci purezza e competenza in questi ambienti è paradossale e contronatura, sarebbe come pretendere di fare il bagno in una cloaca e non beccarsi un’infezione.
Questi personaggi più o meno osceni che calcano la scena politica da molto tempo ed anche quelli subentrati da non molto e che hanno accettato le condizioni del ricatto adattandosi, non rinunceranno mai alla loro attività di saccheggio moderno (i lanzichenecchi in confronto erano più dignitosi), e quando avranno esaurito le risorse pubbliche si dedicheranno alla confisca di quelle private con l’alibi dell’interesse dello stato, che deve avere la priorità su tutto, insistendo sulla favoletta che lo stato siamo noi (mentre è una estesa oligarchia).
Dalla loro dispongono di due notevoli vantaggi ormai consolidati nel tempo, i mass media complici che da decenni stanno decerebrando le masse dei videodipendenti ed il fatto che la popolazione è disarmata, nel senso letterale del termine, perché questo è uno dei mezzi per garantirsi il monopolio della violenza e della repressione. Sanno che le rivolte potranno essere solo pacifiche, quindi innocue, vane, patetiche.
In Italia la situazione potrà precipitare solo quando la popolazione nella sua stragrande maggioranza sarà ridotta alla fame, nel senso letterale del termine. Allora non basterà più soggiogarli con trasmissioni demenziali e fuorvianti e non basteranno le scorte per garantirsi l’incolumità … Ma questa è un’altra storia.

Classifica delle nazioni migliori dove andare a vivere in pensione nel 2014


Fonte:
http://www.italiansinfuga.com/2014/01/07/classifica-delle-nazioni-migliori-dove-andare-a-vivere-in-pensione-nel-2014/?awt_l=FZYn.&awt_m=JcqDzWZVx9H3bG

 

La classifica elaborata da International Living pone al primo posto Panama seguita dall’Ecuador, me è rivolto in particolare agli americani

Se fosse rivolto ad un pubblico globale e lo studio fosse stato effettuato in Europa, secondo me alla luce dei segnali sempre più numerosi ed inquietanti che si colgono e si possono facilmente interpretare, soprattutto nell’area mediterranea, la classifica sarebbe ben diversa, e soprattutto i costi per vivere sarebbero molto più bassi.
Mi riferisco in particolare alla Grecia, a Cipro, ma anche in alcune aree della Spagna, sia peninsulare che insulare, dove i prezzi delle case sono crollati ed il costo della vita è inferiore che in Italia. E mi limito a considerare l’’UE escludendo l’area balcanica.
Ciò che lega i pensionati all’Italia (nonostante il battage mediatico che li presenta come in fuga all’Estero) è il senso di responsabilità nei confronti della famiglia, dei figli e dei nipoti senza lavoro o precari con stipendi indegni, sono i legami affettivi personali e con i luoghi natii, è il problema della lingua e l'esigenza di socializzare con gente conosciuta. Altrimenti la casta politico burocratica avrebbe da tempo raccolto il frutto del suo parassitismo con un risultato inequivocabile, l’emigrazione in massa dei pensionati …
claudio

Similitudini tra l'epoca attuale e quella della “cattività avignonese”


di Claudio Martinotti Doria


Alcuni storiografi e saggisti affermano che la storia spesso si ripete, che è ciclica e quindi a rotazione, con qualche variante, ripropone simili eventi e fenomeni.
La teoria interpretativa più diffusa è che l’umanità non sa apprendere dalla storia e ripete in continuazione gli stessi comportamenti ed errori; forse questo è uno dei motivi che induce a sottovalutare l’importanza dello studio della storia, rendendola ostica a gran parte della popolazione, alimentando così un beffardo circolo vizioso: l'ignoranza della storia ne favorisce il ripetersi.
Partendo da queste considerazioni, persino elementari per la loro semplicità, ho potuto riscontrare una impressionante analogia tra il periodo di degrado, malcostume e corruzione degli ultimi decenni che stiamo vivendo a livello politico istituzionale in Italia (in particolare negli ultimi anni in cui sembra si gareggi nel dimostrare che non c’è limite al peggio, all’infamia ed immoralità), con il periodo che venne denominato della “Cattività Avignonese”, durato una settantina di anni, iniziato quando nel 1309 il papato si trasferì da Roma ad Avignone in Provenza, che sebbene giuridicamente appartenesse ai d'Angiò che regnavano su Napoli, era sotto l'influenza del regno francese di Filippo IV il Bello, (forse l’unica qualità che gli si poteva attribuire, a volersi sforzare). 
File:Philippe IV le Bel.jpg 
Re Filippo IV di Francia è quello dello “Schiaffo di Anagni” che provocò in tempi brevi la morte di papa Bonifacio VIII; è quello che perseguitò gli ebrei, li espulse dalla Francia e li spogliò delle loro proprietà; è quello della congiura ordita con false accuse per distruggere i Templari e derubarli delle loro immense ricchezze; è quello che avviò l’uso sistematico della tortura per estorcere confessioni come strumento finalizzato ai propri scopi di avidità e potere (che poi venne adottato dall’Inquisizione e portò successivamente al rogo centinaia di migliaia di persone, soprattutto donne scomode); è quello che secondo la tradizione popolare venne colpito dalla maledizione di Jacques de Molay, ultimo gran maestro dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio che nel 1314 andando al rogo pare la pronunciasse contro di lui e la sua stirpe e contro il papa francese Clemente V suo complice, che morirono entro pochi mesi.
Cercherò di descrivere cosa avvenne in quel periodo, attingendo a piene mani dalla storica statunitense Barbara Wertheim Tuchman (1912-1989), che con competenza e passione ha scritto dettagliati libri divulgativi di storia medievale, con un particolare occhio di riguardo alla vita quotidiana della popolazione più umile, e alla quale attribuirono ben due premi Pulitzer per i suoi meriti di studiosa e ricercatrice.
File:Avignon, Palais des Papes by JM Rosier.jpg
La sede pontificia di Avignone divenne a tutti gli effetti uno stato temporale di ostentata e sontuosa ricchezza derivante dalla pratica illimitata della simonia, (la compravendita delle cariche). Tutto quanto era possibile, tutto quello che veniva richiesto, che poteva essere oggetto di desiderio, TUTTO divenne oggetto di vendita: ogni carica, incarico, ufficio, nomina, dispensa, sentenza, perdono, assoluzione, annullamento di matrimonio (divorzio antesignano), riconoscimenti e disconoscimenti di paternità, ecc.. Persino la minaccia di scomunica era divenuta strumento di ricatto ed estorsione. Soprattutto il più grande affare divenne la vendita delle indulgenze, che erano commerciate, oltre che dal clero, da un esercito di venditori erranti che percorrevano in lungo e in largo ogni territorio rivolgendosi anche ai ceti più umili. Era messa in vendita qualsiasi cosa potesse far presa sull’immaginario e sul desiderio di lenire la sofferenza ed acquisire meriti per assicurarsi il consenso e la benevolenza divina, compresi concetti astratti ed ipotetici cui si potesse dare una forma scritta o di oggetto da portare con o esporre in casa (dagli amuleti alle pergamene contenenti improbabili perdoni ed indulgenze, merce falsa ed a costo rasente lo zero, legata alla presunta salvezza dell’anima e difesa dalle forze magiche e maligne). Una infinità di false e spesso ridicole reliquie, tutto era mercificato e sfruttava la diffusa corruzione, la credulità popolare e la paura dell'ignoto, e portava montagne di denaro alla Santa Sede di Avignone ed a coloro che ricevevano da essa qualsiasi incarico ecclesiastico o che millantavano credito.
E non dovete considerarla una metafora, era proprio una montagna di denaro e beni preziosi nel senso letterale e visibile del termine. Chi entrava negli uffici papali vedeva decine di addetti che contavano il denaro o valutavano oggetti preziosi. Era l’attività principale che precedeva il deposito del denaro, oro e pietre preziose, presso i banchieri lombardi ed ebrei (ad Avignone si contavano una cinquantina di banche), oppure vedeva ostentare una impressionante ricchezza negli edifici, nelle cerimonie, nel vestire, nei banchetti e feste che venivano organizzate, che contrastava nettamente con la sporcizia ed il fetore della città.
Avignone divenne a tutti gli effetti una città da tanti disprezzata ma anche molto frequentata e descritta da parecchi autori, artisti, letterati, cronisti, critici e teologi dell'epoca e di quelle successive come la capitale dell'iniquità, del vizio e di ogni nefandezza. Una città oltretutto poco civilizzata in quanto priva di infrastrutture fognarie e servizi pubblici di pulizia e manutenzione, per cui era famosa per l'olezzo nauseabondo che emanava e la caratterizzava e che la rendeva ancora più immonda agli occhi dei viaggiatori.
File:Papa Clemens Quintus.jpg
Inevitabilmente la corruzione ed il malcostume si propagarono alla gerarchia ecclesiastica, in particolare tra l’alto clero: vescovi, arcivescovi, cardinali, abati, canonici, prevosti e priori; meno nel basso clero come i curati, suddiaconi, vicari, cioè i preti di campagna o i frati di clausura od itineranti, sia perché avevano meno occasioni ma, soprattutto, perché erano a stretto contatto con la popolazione più povera e bisognosa, per cui fornire assistenza ed esempio di moralità era insito nella loro missione; ne erano immuni solo gli eremiti e gli anacoreti (gli unici ancora in odore di santità).
Neppure l’ordine fondato da San Francesco ne fu esente. Proprio per l'iniziale netto distacco dalla corrotta Avignone, divenne catalizzatore di donazioni da parte della nobiltà e dei ricchi mercanti e banchieri, perché sembrava offrire esempi di purezza e santità vissuta. Ebbe pertanto fortuna e raccolse immense ricchezze, ma paradossalmente, in netta opposizione rispetto alle disposizioni ed aspirazioni del suo fondatore, nel periodo avignonese divenne una congregazione ricca ed agiata, a tal punto che in alcuni conventi i servitori erano più numerosi dei confratelli, i quali vestivano sai e mantelli impellicciati, portavano gioielli, mangiavano e bevevano smodatamente, prestavano denaro ad usura, frequentavano le case dei nobili come loro consiglieri e cappellani, seducevano donne sole (il celibato era divenuta una burla, soprattutto nell'alto clero), ecc...
Siccome ogni carica era comprata ed andava quindi al miglior offerente, anche in giovanissima età, ad esempio figli non primogeniti di famiglie nobili, spesso incapaci ed ignoranti, assolutamente inadeguati al ruolo acquisito, la situazione degenerò oltremisura provocando molto malcontento nella popolazione.
Nonostante la chiesa invadesse ogni settore della vita civile e politica dell’epoca, divenendo parte integrante della vita di ognuno, era inevitabile che una simile condizione di degrado morale ed istituzionale alla lunga provocasse reazioni di repulsione.
Come spesso avviene, le prime reazioni si verificarono in chiave parossistica, parodistica, sarcastica, derisoria, ecc., con cerimonie e feste dissacranti e sbeffeggianti, a scopo di divertimento e dileggio, passando poi a movimenti pauperistici o sette mistiche che invocavano riforme radicali, come i “ pastorelli” (una sorta di movimento isterico di massa) ed i “fraticelli” che predicavano un ritorno alla povertà del cristianesimo primitivo espropriando la chiesa di tutti i suoi beni (potete immaginarvi le reazioni ad Avignone), oppure l’abbandono di ogni legame materiale per dedicarsi esclusivamente all’ascetismo ed alla spiritualità.
Da queste avvisaglie fino ad arrivare a reazioni aggressive e violente il passo può essere breve, e l’esito è generalmente la repressione, dapprima tramite scomuniche (di scarsissima efficacia) per poi divenire violenta, fino all’esecuzione dei più facinorosi e rappresentativi, che venivano impiccati ed esposti lungo le strade.
File:Bubonic plague map.PNG
La violenza era abituale in un secolo come il XIV che nacque fin da subito con presagi di sventura e vere e proprie tragedie e proseguì molto peggio, al punto da essere definito da molti storici come uno dei più tragici della storia dell’umanità. Tra le tragedie di quel secolo vi furono pessime condizioni meteo, come freddo e piogge eccessive, che provocarono frequenti carestie ed epidemie (iniziò anche quella che venne poi definita la “Piccola Era Glaciale” che perdurò alcuni secoli), devastanti terremoti e gravose guerre con seguito di scorrerie, razzie e saccheggi e pesanti imposizioni fiscali per finanziarle.
La violenza si manifestò sia aggredendo alti prelati, banchieri e piccoli feudatari ed in alcuni casi uccidendoli, e sia ribellandosi ai potenti locali, rifiutandosi di svolgere i servizi imposti dalla servitù della gleba e di lavorare i campi e di portare le merci in città, peggiorando ancor più la crisi causata dalla carestie.
Furono soprattutto le città, i borghi ed i villaggi dell’entroterra, lontane dalle vie di comunicazione fluviale (i corsi d’acqua erano il maggior mezzo di trasporto delle merci) a patire maggiormente la fame e gradualmente persero abitanti ed importanza, fino in molti casi a scomparire dalle cartine geografiche e dalla storia dopo la Morte Nera del 1347-51, cioè la più grave epidemia di peste (esplosa contemporaneamente in entrambe le forme più letali, la bubbonica e la polmonare) che devastò l’Europa e l’Asia uccidendo circa un terzo dei suoi abitanti e sconvolgendo i rapporti sociali, economici, politici ed istituzionali.  
Se si considera che già in precedenza la mortalità infantile era di circa il 50 per cento, si può facilmente capire come la colossale epidemia abbia dato il colpo di grazia alla società dell'epoca per alcune generazioni, inaridendo campi e comunità intere e facendo credere a molti cronisti che fosse ormai giunta la fine per l'umanità, punita per i suoi peccati.
File:Trionfo della morte, già a palazzo sclafani, galleria regionale di Palazzo Abbatellis, palermo (1446) , affresco staccato.jpg
A limitare le ripercussioni delle carestie e delle grame condizioni di vita nelle città, che altrimenti sarebbero state devastanti per la società dell’epoca, concorsero le varie associazioni, ordini e confraternite civiche, soprattutto settoriali, paragonabili alle successive (di secoli) Società di Mutuo Soccorso, una specie di assicurazione volontaria e solidaristica organizzata per corporazioni di appartenenza.
Queste organizzazioni non solo fornivano aiuto finanziario in caso di difficoltà oggettive, ad es. per malattie ed infortunio, furto o processo, ma provvedevano ai funerali, cerimonie, feste, ricreazione, fornivano assistenza legale e consulenze professionali, compivano anche atti di mecenatismo artistico e funzionale per la manutenzione della città.
A questi servizi auto-organizzati ed alla solidarietà complessiva si aggiungeva il cosiddetto “soldo di Dio”, carità ed elemosine che tutti i nobili ed i mercanti (sollecitati dalla chiesa) effettuavano sia ai poveri sia per mantenere in esercizio ospedali ed ospizi. E tutto quanto descritto avveniva in un'epoca nella quale il concetto di Stato era ancora ben lungi dal formarsi, mentre nella nostra epoca in troppi sono convinti che lo Stato sia sempre esistito e non se ne possa fare a meno e sia la soluzione di tutti i problemi, come se la società lasciata a se stessa fosse incapace di provvedere.
Le analogie con il periodo che stiamo vivendo sono vistose, basta sostituire al clero avignonese del XIV secolo sopra descritto la casta politica italiana (ma non solo) attuale, comprendendo sia i politici che il loro numeroso seguito ed i banchieri, i cui comportamenti non sono dissimili da quelli avignonesi, seppur in termini moderni. Le reazioni popolari che molto probabilmente ci saranno e che iniziano a manifestarsi (vedasi ad es. il Movimento 9 dicembre), forse inizialmente saranno più pacifiche rispetto al medioevo, ma non potrei garantirlo nel lungo periodo.
Sono situazioni pericolose, quelle attuali, che derivano dalla perdita del senso della realtà, della dignità, del pudore, del limite, della misura, del buon senso, da parte della casta politica burocratica e finanziaria, e di una patologica vessazione fiscale e burocratica ed un eccessivo lassismo monetario e finanziario che ha favorito una classe di banchieri privi di scrupoli.
Nel lungo periodo queste condizioni deleterie probabilmente porteranno sfaceli e devastazioni come nel XIV secolo, seppur con altre modalità e per altri motivi, ma a soffrire maggiormente, esattamente come allora, saranno sempre le classi più povere e vulnerabili, con l'aggravante che le conseguenze negative saranno meno circoscritte di quelle avignonesi. Per cui sarebbe saggio prepararsi al peggio.